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14 visitatori online| Congedo post partum - Interruzione di gravidanza dopo il 180° giorno dall’inizio della gestazione |
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| Scritto da redazione |
| Martedì 30 Giugno 2009 07:47 |
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Il Ministero del lavoro risponde ad un quesito posto dell'Università degli Studi di Perugia in merito alla permanenza del divieto, sancito dall’art. 16 del D.Lgs n. 151/2001, di adibire al lavoro una donna, con contratto di formazione specialistica stipulato ai sensi dell’art. 37 del D.Lgs n. 368/1999, durante il periodo di congedo obbligatorio post partum, nel caso di interruzione della gravidanza, con espressa rinuncia della lavoratrice al diritto di godere del periodo di astensione predetto, corredata dei certificati rilasciati sia dal medico curante sia dal medico competente, comprovanti il suo stato di buona salute Secondo il Ministero, il divieto di cui all’art. 16 del D.Lgs n. 151/2001 permane anche nei casi di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza avvenuta successivamente al 180° giorno dall’inizio della gestazione, in quanto circostanza equivalente al parto. La lavoratrice non potrà, pertanto, essere adibita al lavoro, nel periodo di astensione obbligatoria successivo all’evento interruttivo, che non coincide con la morte del nascituro, bensì con l’espulsione del feto (cfr. Cass. Civ., Sez. Lav., n. 3993/1984), con conseguente diritto all’indennità di maternità, così come già precisato dall’INPS con le circolari n. 134382/1982 e n. 139/2002. Tale disciplina trova applicazione anche nell’ipotesi di contratto di formazione specialistica stipulato ai sensi dell’art. 37 del D.Lgs n. 368/1999, fattispecie quest’ultima prospettata dall’interpellante, attesa la riconosciuta estensibilità delle disposizioni dettate dal D.Lgs n. 151/2000, in materia di congedo di maternità, con l’unica differenza che, durante il periodo di sospensione, alla donna spetterà esclusivamente la parte fissa del trattamento economico, così come determinata dal’art. 39 del D.Lgs n. 368/1999. Il divieto di adibizione non decade né in presenza dell’esplicita rinuncia della lavoratrice al diritto di fruire del periodo di congedo obbligatorio post partum, trattandosi di diritto indisponibile, né tantomeno in presenza dell’attestazione da parte del medico curante e/o del medico competente dell’assenza di controindicazioni alla ripresa dell’attività lavorativa. L’inosservanza al predetto divieto, infatti, costituisce ipotesi di reato penalmente sanzionata, indipendentemente dall’accertamento in concreto delle condizioni psicofisiche della puerpera, poiché l’illecito ricorre sulla base della semplice presunzione, operata dal Legislatore, della idoneità della condotta a ledere, o semplicemente mettere in pericolo, la salute della lavoratrice nel periodo di congedo post partum. In tal senso si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità riconoscendo che “lo stato effettivo di salute della donna in tale periodo può risultare indifferente al datore di lavoro considerata l’obbligatorietà in ogni caso dell’astensione dal lavoro” (v. Cass. civ., Sez. Lav. n. 2466/2000).”. (Interpello Ministero lavoro e politiche sociali 05/06/2009, n. 51)
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