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Sciopero dei truccatori e Mediaset si ferma PDF Stampa E-mail
Scritto da redazione   
Lunedì 11 Gennaio 2010 06:27
Braccia incrociate per la cessione all’esterno del servizio
SUSANNA MARZOLLA
MILANO
Questa volta il fatidico «Ghe pensi mi» non è arrivato, questa volta Silvio Berlusconi è rimasto insensibile a tutti gli appelli; e questa volta le «sue» televisioni scioperano. Per la prima volta l’intero gruppo Mediaset - circa 3800 lavoratori - incrocia le braccia. Non è dato sapere quanto sarà alta la partecipazione, se i «pressanti inviti» ad evitare il blocco delle trasmissioni servirà o se davvero, come possibile, oggi e domani salteranno programmi di punta come il Grande Fratello e tutti gli appuntamenti sportivi, compresi quelli del Campionato di serie A. E’ sicuro però che Mediaset ha preferito correre questo rischio piuttosto che recedere dal proposito di passare ad un’azienda esterna l’intero settore «Sartoria trucco e acconciature»: cinquantasei persone, in stragrande maggioranza donne, equamente divise tra le sedi di Roma e Cologno Monzese che dal primo febbraio si troverebbero ad essere dipendenti non più del maggior gruppo televisivo ma di tal «Pragma Service srl».

Un passaggio che i lavoratori vivono non solo come un immediato danno economico - riduzione secca degli stipendi, perdita di tutti i benefit aziendali - ma soprattutto come un primo passo verso la precarizzazione e la possibile perdita del posto di lavoro. A cosa portino le «esternalizzazioni» e i passaggi di proprietà da grandi gruppi a piccole aziende semisconosciute lo stanno provando migliaia di lavoratori. E a Mediaset si rendono conto di non essere più un’isola felice: per questo l’adesione di tutti i settori allo sciopero.

Anche la motivazione addotta per la cessione (sartoria, trucco e acconciatura vengono definite dall’azienda «attività non caratteristiche del processo produttivo televisivo») è foriera di pesanti dubbi: «Temiamo - scrivono in un comunicato Cgil, Cisl e Uil - che il trasferimento possa essere l’inizio di un processo di esternalizzazioni che potrebbe coinvolgere altri settori, sedi o attività del gruppo Mediaset». Lo stesso timore espresso nel comunicato di solidarietà inviato dal comitato di redazione del Tg5.

I giornalisti non sono coinvolti nella vertenza, ma anche per loro si preparano tempi non facili: a dicembre, ad esempio, hanno saputo che i colleghi di Tg4, Tgcom e Studio Aperto non saranno più dipendenti delle singole testate ma di una «agenzia di informazione» che dovrebbe fornire materiale a tutto il gruppo. Una mobilità interna - questa l’effettiva preoccupazione - che potrebbe andare in parallelo con un «affidamento di lavori in appalto esterno».

Oltre allo sciopero, alcune lavoratrici del reparto trucco hanno provato anche l’arma della persuasione, scrivendo una lettera a Silvio Berlusconi: «Molte di noi hanno condiviso con lei gli anni della fondazione del gruppo, che ricordiamo con commozione e orgoglio. La decisione di cedere il ramo d’azienda ci mortifica e ci preoccupa profondamente; siamo e vogliamo restare parte di Mediaset. Confidiamo in lei e nella sua sensibilità». Non hanno ricevuto alcuna risposta.

www.lastampa.it
 

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