626 Sicurezza e Salute Lavoro

Rinosinusite e malattie da lavoro correlate al freddo

Rinosinusite e malattie da lavoro correlate al freddo

Il rischio da esposizione al freddo può costituire pregiudizio per la salute e la sicurezza dei lavoratori. I lavoratori esposti, i cantieri edili, la valutazione e la gestione del rischio, la rinosinusite e il riconoscimento di malattia professionale.

Newsletter medico-legale relativa a temi che ben si adattano alle temperature invernali che stanno calando sulla nostra penisola.
 
“Situazioni lavorative che espongono al freddo: la rinosinusite come malattia professionale” e riprende una relazione sulle situazioni lavorative con esposizione al freddo presentata al VIII Convegno Nazionale di Medicina Legale Previdenziale che si è tenuto dal 13 al 15 ottobre 2010.
 
La relazione - intitolata “ Le malattie lavoro correlate dall’esposizione al freddo. Aspetti Assicurativi e Prevenzionali” e a cura di L.Maci, M. Tavolaro e L. Vantaggiato – vuole dimostrare che “sussiste una correlazione tra l’esposizione a freddo e l’insorgenza e/o l’aggravamento di alcune patologie (a tal fine un maggiore approfondimento e spazio è stato dedicato alle patologie rinosinusitiche)”.
Inoltre si vuole dimostrare che, “così come lo è per altre patologie multifattoriali, le patologie freddo correlate, potrebbero essere riconosciute come malattie professionali”.
Infatti gli scopi principali della medicina del lavoro sono:
- “riconoscere patologie che potrebbero essere poste in relazione causale con l’attività svolta;
- evidenziare patologie e/o condizioni precliniche che potrebbero essere aggravate dal lavoro;
- evidenziare patologie che potrebbero essere confuse con tecnopatie”.

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L’intervento elenca innanzitutto le varie categorie di lavoratori esposti alle lavorazioni a basse temperature:
- lavoratori della grande distribuzione che operano in celle frigorifere nonché i banconisti (macellai);
- lavoratori del comparto metalmeccanico che operano sulla analisi e controlli di qualità dei sistemi meccanici a basse temperature (ingegneri meccanici);
- lavoratori dell' edilizia (muratori, carpentieri) che operano sopratutto in alcune latitudini sfavorevoli e/o in zone montane;
- lavoratori dell'industria conserviera e dei surgelati;
- lavoratori del settore agricolo.
 
Gli autori precisano che nei documenti di valutazione dei rischi, soprattutto per quanto attiene l’edilizia, “il rischio da esposizione al freddo non è adeguatamente analizzato e gestito”.
Così come “la stessa sorveglianza sanitaria ed i relativi protocolli sanitari non pongono” la necessaria attenzione “verso un rischio che coinvolge numerosi organi ed apparati”.
In particolare “per alcune latitudini geografiche e/o zone montuose, l’entità del rischio, è tale da costituire pregiudizio per la stessa sicurezza dei lavoratori, poiché è stato dimostrato che il freddo aumenta l’incidenza di eventi infortunistici”.
 
Il freddo quindi, “interferendo con altri fattori nel posto di lavoro, modifica e/o aggrava alcuni rischi riconducibili alla sicurezza e prevenzione di patologie sul luogo di lavoro, ed inoltre può produrre effetti negativi circa la qualità delle prestazioni lavorative, inficiando il rendimento stesso dei lavoratori. Per molti autori la soglia di attenzione deve essere posta già per temperature inferiori a 10°C”.
 
La norma UNI EN ISO 15743 presenta “una strategia ed indica i mezzi per la valutazione ed il controllo del rischio freddo nel posto di lavoro, prevedendo sia una lista di controllo per l'identificazione dei problemi freddo-correlati sul luogo di lavoro, nonché un questionario ( ad uso del medico competente) con lo scopo di mettere in rilievo i soggetti più suscettibili al freddo”.
L’attenzione si dovrà concentrare sui seguenti fattori:
- “eccesiva sensibilità e percezione del freddo;
- presenza di orticaria da freddo;
- presenza di sintomi respiratori incluse le alte e basse vie;
- presenza di sintomi cardiovascolari centrali e periferici;
- sintomi osteomuscolari”;  
 
Riguardo ai cantieri edili gli autori sottolineano che in latitudini sfavorevoli è opportuno “tenere in considerazione e valutare il rischio specifico, porre le dovute misure di prevenzione primarie e secondaria; pianificare il lavoro, dare una corretta informazione e formazione ai lavoratori, e di conseguenze consigliare idoneo abbigliamento protettivo”.
Ai fini della quantificazione del rischio, cosi “come disposto dalla Norma Uni 15743, i parametri che vengono presi in considerazione sono:
- temperatura di esercizio;
- tempo di esposizione,
- esposizione a correnti di aria;
- contatto diretto con superficie fredde in posizione sdraiata o inginocchiata;
- l’adeguatezza degli indumenti protettivi;
- esposizione a liquidi (tempo di contatto);
- entità della lavorazione svolta (lavoro leggero , pesante ecc.);
- variazioni frequenti dell’ambiente termico”.
 
L'esposizione lavorativa al freddo determina alcune risposte del nostro organismo a livello di tessuti, ad esempio:
- “vasospasmi arteriolari;
- modificazioni del muco con alterazione delle cellule ciliate”. Infatti il freddo “determina una ridotta motilità delle cellule ciliate che rivestono l'apparato respiratorio, riduce la clearance mucociliare favorendo la moltiplicazione virale e batterica nell'apparato respiratorio determinando l'insorgenza di malattie respiratorie”.
 
La relazione del convegno Inail si è soffermata in particolare sul tema della rinosinusite che “può essere considerata una patologia a genesi multifattoriale”.
Infatti “particolari condizioni climatiche di freddo ed umidità, esposizione ad inquinanti atmosferici, fumo ecc. rappresentano condizioni in grado di modificare la motilità ciliare”.
 
Dopo aver affrontato i problemi della rinosinusite acuta e cronica, gli autori ricordano che soprattutto “per quei lavoratori affetti da rinosinusite, che espletano lavori in celle frigorifere, se l'esposizione lavorativa è stata qualitativamente e quantitativamente valida (tempo di esposizione superiore almeno a 3 anni) con ricadute e/o recrudescenza dei sintomi rinosinusitici” - con ITA accertata (inabilità temporanea assoluta, ndr) - possono ricorrere “nella fattispecie gli estremi medico legali per richiedere il riconoscimento di malattia professionale”.
 
È infatti “ormai consolidata in materia di previdenza l'applicazione della regola contenuta nell'art. 41 c.p. per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio della equivalenza delle condizioni. Il rapporto causale con l'evento dannoso va riconosciuto ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta o remota, alla produzione dell'evento. Solo se può essere ravvisato con certezza l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa di per sé sufficiente a produrre l'infermità deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge”.