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Giovedì 28 febbraio presentazione del libro LETTERA APERTA AI SOPRAVVISSUTI di Sergio Ghirardi

 Giovedì 28 febbraio 2008

Ore 21,00

Calusca City Lights

(via Conchetta 18 - 20136 Milano)

presenta il libro

Sergio Ghirardi

ERAVAMO SULL’ORLO DELL’ABISSO;

ORA ABBIAMO FATTO DIVERSI PASSI AVANTI.

 

Mi si perdoni il tono lapidario, senza fronzoli, di questi appunti, ma tali sono: non vogliono essere nè una risposta alla Lettera aperta ai sopravvissuti di Sergio Ghirardi, nè una sua critica, solamente qualche spunto di riflessione, nato dalla lettura del suo libro, e buttato giù velocemente e alla rinfusa, come contributo al dibattito di questa sera a El Paso (dal titolo Dall’economia della catastrofe alla società del dono) e a quelli a venire.

 

Viviamo davvero l’economia della catastrofe, non c’è dubbio e non credo sia il caso di dilungarsi su dimostrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, e che sono anche ben argomentate nel libro di Sergio. Pertanto vengo subito al dunque: finita la lettura della Lettera aperta…, però, mi è sembrata subito lampante la debolezza di quella prospettiva che emerge come controaltare salvifico di fronte alla catastrofe in atto. Mentre tutto va a rotoli, come per incanto, ci prepariamo ad accogliere nel grembo fecondo della storia il germoglio di una nuova (l’ennesima!) società. Questa volta non sarà una società mercantile ma “del dono”, e non sarà una democrazia rappresentativa ma “soggettiva”. Al di là di quest’ultima definizione – che personalmente mi fa accapponar la pelle, come anche alcune descrizioni che ne vengono accennate –, è la complessiva inconsistenza di tale “utopia” che lascia un senso di vuoto. L’impianto stesso del discorso si regge su un’astrazione: da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall’insorgere della volontà di vivere!? Io, semplicemente, non ci credo. Questa non è che la riproposizione del leit motiv, caro all’ideologia situazionista e in particolare a Raoul Vaneigem, per cui tutto il vecchio mondo a un certo punto crollerà di fronte all’affermarsi del soggettivo, del piacere, della pienezza di vita… Ma questi sono dei concetti, astratti, non sono dinamiche materiali e sociali, che sono le cose da cui scaturiscono i cambiamenti. Questa è l’ideologia che ha accompagnato, negli anni ’60 e ’70, il movimento rivoluzionario radicale. E, mi sbilancio, ritengo che gran parte di quell’ideologia fosse figlia dell’ottimismo tecnologico dominante di quegli anni, anche quando non lo sposava dichiaratamente.

Oggi urgono autocritiche e riflessioni. Quali sono oggi le dinamiche sociali e umane, vive e pulsanti, le viscere di questo mondo putrido da cui può generarsi quella forza in grado di rovesciarlo? (Già, “la forza”, questa è ancora – se non mi sono completamente rincoglionito – la leva di ogni cosa, compresa la riscossa degli oppressi, mentre la Lettera aperta sembra dirci che la società del dono germinerà così, senza bisogno di violenza, anzi, con gaiezza…). Sono questi credo gli interrogativi centrali, ai quali non ho certo la risposta pronta, ma sui quali credo sia il caso di riflettere e che credo sia un po’ superficiale liquidare riproponendo gli schemi di una ideologia in fin dei conti progressista e stantia: sarà la volontà di vivere a risolvere tutto, insorgendo realizzerà il piacere e abolirà la schiavitù dell’uomo e della natura. (Io sinceramente, lo dico senza ironia, non ho ancora capito cosa sia questa volontà di vivere, nè perchè mai dovrebbe insorgere ieri oggi o domani). Insomma, la mia impressione è che si sia preferito partire dalla intoccabile teoria situazionista (o meglio dal “Vaneigem-pensiero”), per innestarci sopra un po’ di “decrescita”, un po’ di “MAUSS”, un po’ di ambientalismo, diciamo così, per aggiornarla. Per carità, non è che sia una infamia, e ciò detto ognuno fa quel che gli pare, però credo sia più fecondo rovesciare la prospettiva: cercare di comprendere le modificazioni del reale, scorgerne le crepe e avvertirne i rumori e gli scricchiolii intorno a noi, per confrontarci con questi e rimettere in discussione le nostre categorie e le nostre sicurezze.

Detto questo, mi sembra importante inquadrare un po’ più realisticamente lo scenario in cui dovrebbe irrompere questo “progetto di una decrescita piacevole e conviviale”. Perchè, sarò sicuramente tacciato di pessimismo apocalittico, ma sento che, ahinoi!, dovremo fare i conti, nel prossimo futuro, con ben altre “piacevolezze”: ci troviamo di fronte a un’umanità che, per una buona metà, sta letteralmente crescendo nell’odio, allattata dalla sete di vendetta. Intere generazioni, le prossime, sono quotidianamente allevate da stragi, bombe, veleni industriali, stupri, deportazioni, fame, campi di concentramento… e non vedono l’ora di riscattarsi. I privilegiati del “Primo mondo” da parte loro non rinunceranno spontaneamente ai loro privilegi, i cui costi umani e ambientali iniziano a tornare indietro con gli interessi. Tutto torna. Lo scenario più probabile che abbiamo di fronte – e che per certi versi è già iniziato, ma può sempre peggiorare – è quello della guerra civile totale, su scala planetaria. È su questo sfondo che mi sembra un po’ stonato il continuo richiamo al festoso sbocciare del “gioco dell’amore e dell’amore del gioco che si apprestano a umanizzare il mondo”, concetti che ripetutamente tornano nelle pagine della Lettera aperta ai sopravvissuti. Insomma, queste forze in procinto di umanizzare il mondo e realizzare la felicità, dove sono? Chi sono? A mio avviso mancano di concretezza (a meno che, Dio ce ne scampi!, non sia “La volontà di vivere liberi, pronti a una rivolta sociale fraterna che si fondi sull’uguaglianza nella diversità: questa è stata e resta la sola modernità dell’Europa di cui si dovrebbe democraticamente rendere erede il mondo”, come leggiamo a pag. 66. L’ideologia eurocentrica e le reminiscenze inquietanti di questa affermazione credo non meritino ulteriori commenti).

Qui siamo nel bel mezzo di una guerra civile, con prospettive che per la specie umana, e non solo, non sono mai state così apocalittiche. Non si tratta neanche più di scegliere tra la guerra e la pace, si tratta di vedere quale direzione prenderà il conflitto, e noi che parte ne avremo e cosa possiamo fare. Mi si accuserà di non “credere nei miei desideri”, ma sono convinto che questo sarà il quadro dell’eventuale prossima rivoluzione sociale, lo scatenarsi delle cattive passioni.

Noi qui dobbiamo essere pronti, dobbiamo attrezzarci. Altro che “giochi dell’amore”!

 

Ultimo appunto: la questione dell’“autoproduzione” o, meglio, dell’“autonomia”. In occidente, viviamo in una dipendenza totale da un sistema tecnologico che da un lato è fuori da ogni nostro controllo, dall’altro è di una fragilità impressionante. Basta pensare a quel che può accadere nelle nostre metropoli (che si avviano a diventare sempre più mostruose e affollate), nel momento di una calamità, anche parziale. Pensiamo a New Orleans, a cosa può essere il panico di trovarsi intrappolati in gabbie di chilometri di cemento, con il cibo che finisce… è un incubo da far impallidire l’Abisso di London! Non ci riflettiamo mai abbastanza: siamo come dei polli in batteria, se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. Siamo una società di handicappati!

È proprio di fronte a questo spossessamento che un movimento rivoluzionario in occidente non può non porre tra le sue priorità problematiche la difesa e la riconquista di autonomia, anche materiale, anche alimentare. Possiamo anche chiamarla autoproduzione, se vogliamo, ma l’ottica da cui è inscindibile è quella della guerra civile. Cosa sarebbe stata la guerriglia partigiana senza gli approvvigionamenti, anche materiali, della montagna, di un’economia di villaggio che ne costituiva le retrovie? Oggi, a mio avviso, parlare di autoproduzione e di liberazione di spazi di vita e libertà, ha senso solo in quest’ottica: quella di garantirsi quegli spazi di autonomia, di costruire quelle retrovie che serviranno all’apertura di un fronte interno in occidente (“portare la guerra in casa”, dicevano i Weathermen di fronte alla guerra USA in Vietnam). Spazi in cui, beninteso, sia possibile viverci nel frattempo e il meglio possibile… Spesso, per altro, è proprio la mancanza di mezzi, di strumenti, di luoghi, di forza materiale, di energia, a costituire limiti e a sancire la rassegnazione; anche di questo è responsabile lo spossessamento e il controllo nella metropoli; garantirsi le postazioni da cui attaccar battaglia e rientrare, non solo è vitale, ma è anche un ulteriore stimolo a sferrare gli assalti.

Qui sta l’importanza dell’autoproduzione, nel senso di spazi sottratti al controllo, di riappropriazione di mezzi e saper-fare: per evitare che il sacrosanto desiderio di gratuità e autonomia, invece che armare la resistenza, apparecchi l’accomodamento in ghetti neo-fricchettoni o post-punk o che altro. Il discorso è vecchio, quel che si ha e quel che si riesce a conquistare va protetto con le unghie e con i denti, questo è fuori discussione. Altrettanto vero però è che, come gli ultimi decenni dimostrano, spesso questo patrimonio – sia un centro sociale, un orto, una pratica – diventa un ghetto in cui rinchiudersi, una ideologia da difendere… e l’arma si trasforma in zavorra. È vero, l’equilibrio è precario, il confine è incerto e talvolta attraversarlo è addirittura inevitabile. Proprio per questo però è importante non smarrire la rotta, rimettendosi sempre in causa e confrontandosi senza sosta sul senso e la portata di quel che facciamo.

Queste brevi note, senza pretese, volevano essere un contributo a tale confronto.

 

Un lettore sopravvissuto (Pepi)

Piemonte, 16 novembre 2007

 

LA COSCIENZA

 L’intervento di Daniele Pepino sul testo di Sergio Ghirardi Lettera aperta ai sopravvissuti appare molto puntuale. Sostanzialmente mette in campo il problema della coscienza, questione fondamentale per la teoria rivoluzionaria. In sintesi si afferma, a proposito della transizione al comunismo: “da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall’insorgere della volontà di vivere? Io semplicemente non ci credo. […] Questi sono concetti astratti, non dinamiche materiali e sociali, che sono le cose da cui scaturiscono i cambiamenti.” Poiché ogni cambiamento è il risultato di una azione e questa presuppone una coscienza, qui ad una forma di coscienza ne viene opposta un’altra.

Per assumere una posizione in tale questione occorre inquadrarla nella sua generalità. Partendo, come è necessario, da Marx, è evidente che la questione della coscienza è sempre stato il punto debole del marxismo. Marx sostiene da una parte che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee della classe dominante”, e dall’altra che “quando questa teoria [le idee] entra in contraddizione con i rapporti esistenti, ciò può accadere soltanto per il fatto che i rapporti sociali esistenti sono entrati in contraddizione con le forze produttive esistenti” (Ideologia tedesca). Ma poiché “Una formazione sociale non perisce finchè non sia sviluppate tutte le forze produttive cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate le condizioni materiali della sua esistenza” (Per la critica dell’economia politica, Introduzione), necessariamente lo stesso accade per la coscienza. La contraddizione tra rapporti di produzione e forze produttive, quindi una coscienza rivoluzionaria, può emergere solo con la decadenza di un sistema sociale e coincide con la sua scomparsa.

Questo aspetto del materialismo storico ha sempre costituito una contraddizione per il marxismo come teoria rivoluzionaria, in quanto, pur dichiarandosi tale, tende a giustificare posizioni attendiste e deterministe, quindi una pratica riformista. Tutte le correnti rivoluzionarie, cioè immediatiste e volontariste, hanno dovuto confrontarsi con tale problema, che appare tanto più cruciale in quanto il capitale da tempo ha tratto vantaggio da tale contraddizione, - che è non solo della teoria ma della correlata concezione del proletariato stesso come classe rivoluzionaria, - per legittimarsi, da quando ha concesso il suffragio universale. Infatti tale contraddizione diviene palpabile ad ogni tornata elettorale quando il proletariato, cioè la maggioranza degli elettori, non solo vota per i partiti della sinistra moderata, ma sovente anche, e talvolta in prevalenza, per le formazioni conservatrici o reazionarie.

La prima soluzione a tale problema è quella leninista, coerentemente marxista e giustificata dall’arretratezza della Russia di allora. Si ammette che il proletariato non può che maturare una coscienza sindacale, e quindi la coscienza deve essere introdotta dall’esterno, da un partito della coscienza (e quindi della strategia). Soluzione criticabile, che da tempo ha mostrato di essere controproducente. Soprattutto non è chiaro da quale luogo “esterno” possa sorgere e irradiarsi, e in effetti l’involuzione dei partiti leninisti dimostra proprio che questo luogo non esiste, e se mai riconferma le tesi marxiana. Soluzione che comunque ha il pregio di essere chiara e coerente.

Un’altra soluzione è quella anarchica, anch’essa molto coerente. La coscienza rivoluzionaria, un insopprimibile anelito verso la libertà, è un dato innato sempre presente in ogni individuo. Se non si esprime ciò accade perché l’individuo viene ingannato e represso dalla religione e dallo stato. Basterà rimuovere questi ostacoli, ciò che può essere compiuto in ogni momento, che tutto andrà per il meglio. Qui il luogo esterno da cui proviene la coscienza è la Natura, che dota ogni sua creatura di un fine in cui realizzarsi e dei mezzi necessari, cioè di ciò che gli è necessario per vivere secondo la sua essenza. Visione ottimistica e affascinante, che costituisce però un puro atto di fede, ma soprattutto criticabile perché risolve una questione sociale ricorrendo ad un dato naturale immutabile e incontrollabile.

La soluzione marxista è la teoria della crisi. Si afferma che il capitalismo è un sistema sociale agonizzante, e si spia il suo marasma finale per dichiararne il decesso o affrettarlo. Ma anche questa soluzione ha già da tempo mostrato la corda, fin dai tempi della socialdemocrazia per arrivare al bordighismo. Se la fine del capitale è certa (ciò che in fondo è solo una ovvietà), nessuno è in grado di prevedere quando scoccherà la sua ora. Anche questo è un atto di fede, oltretutto smentito troppe volte dal ripetuto superamento di crisi che apparivano sempre come le ultime.

L’unica soluzione è quella di prendere atto del fallimento di tutte le soluzioni finora proposte e risolversi a tentare l’ultima alternativa possibile: una modificazione del marxismo, che inoltre significherebbe semplicemente un adeguamento alla storia successiva alla sua formulazione.

Il tentativo in questa direzione di maggior rilievo è quello attuato dall’operaismo. Detto in estrema sintesi, per l’operaismo la contraddizione tra forze produttive e rapporto di produzione è permanente in quanto intrinseca al capitale, e genera da una parte un continuo processo di adeguamento del capitale ad una situazione di conflittualità endemica, ma soprattutto apre lo spazio allo sviluppo di una coscienza proletaria autonoma rispetto la pensiero egemone della borghesia, cioè di un proletariato rivoluzionario. La forza motrice della storia è posta nella lotta di classe, intesa come risultato della resistenza del proletariato al rapporto di produzione, cioè alla sua riduzione a forza lavoro astratta. La lotta costringe il capitale alla ristrutturazione, cioè al ripristino del comando attraverso una riorganizzazione della sua base materiale, il che implica un mutamento del rapporto di produzione. Questo non è un atto di fede, non un dato naturale immutabile, ma un fatto empiricamente constatabile, da ciascuno su di sé e in tutti, e un fatto sociale su cui è possibile agire.

Naturalmente anche l’operaismo è datato e andrebbe adeguato ai tempi, allo sviluppo del capitale all’epoca del dominio reale compiuto, dove la produzione e la circolazione sono tutt’uno, il mercato mondiale una realtà, il liberismo il pensiero dominante. Compito finora lasciato a recuperatori di ogni genere, dagli economisti ai negriani dell’Autonomia, attuato miscelando maldestramente operaismo, leninismo e terzomondismo. In questi tempi difficili la teoria radicale si è invece trastullata nel dipingere una Arcadia radicale, dilettandosi con insipide pastorellerie. Non che l’utopia sia da rifiutare, ma occorre essere consapevoli che essa semplicemente è sempre stata l’espressione in un linguaggio mitico non solo di una rivoluzione non ancora cosciente di se stessa, ma anche di una rivoluzione sconfitta. Oggi ci troviamo in quest’ultima realtà, appunto di guerra di tutti contro tutti, per cui l’utopia riflette bene questa situazione in negativo, come rifugio contro la guerra civile planetaria, analogamente agli idilli pastorali del Seicento di fronte alle guerre di religione ed ai massacri che ne scaturivano. Così l’utopia situazionista era progressiva prima degli anni ’70, ma ora riflette solo una sconfitta e va non liquidata ma superata, sulla scorta appunto degli eventi di tale decennio e di ciò che ne è seguito.

 

Valerio Bertello

Torino, 20 novembre 2007


“LA VITA NON È NÉ BELLA, NÉ BRUTTA: È ORIGINALE”[1]

 

“Amico mio, se sfuggendo a questa battaglia potessimo vivere eterni senza vecchiaia né morte, certo non mi batterei in prima fila, né spingerei te alla lotta gloriosa. Ma a migliaia incombono i destini di morte, cui nessun vivente può sottrarsi: andiamo dunque, a dar gloria. O a riceverne.”

(Sarpedonte, all’amico Glauco, nell’accingersi ad affrontare Patroclo – Iliade, Canto XII)

 

 

 

Ci ammoniscono, sempre più spesso, che stiamo danzando sul margine di un abisso. Così spesso da non permettermi di sfuggire a una riflessione su questo preteso abisso. Perché, forse, l’abisso nemmeno esiste. Sicuramente, la sua eventuale esistenza non ha molta importanza. Un sorriso che ci seduce, una passione che ci risveglia, rimangono tali anche nell’ultimo dei nostri giorni, e perfino in quello che dovesse rivelarsi l’ultimo giorno del mondo. Si rinviene una rivendicazione caparbia e indomabile nel definire noi stessi “i viventi”, in faccia a una morte che in ogni caso avanza. Domani dormiremo tutti, pacificati e concordi, ma oggi che siamo svegli e vivi, la pace non è un destino ma una peripezia. Da morti torneremo uguali, certamente, ma oggi quel che ci tocca è di essere diversi, unici. Non ci saranno date altre possibilità. “questo è il luogo, questo il momento” scrivevo in un volantino al liceo, trentanove anni fa. Lo riscrivo oggi, e, se le circostanze me lo dovessero permettere, lo riscriverò fra trentanove anni, dovunque sarò, comunque dovesse essere composto quel momento di cui oggi ignoro tutto.

A volte, la dimensione mercantile in cui sopravviviamo sospesi, ci trae in inganno, proponendoci le scelte relative alla nostra esistenza alla maniera di acquisti possibili dinanzi agli scaffali di un supermercato. Vado verso l’abisso? Mi ci tuffo? Me ne ritraggo? Quale soluzione presenta il più coveniente rapporto qualità-prezzo? Sono tutte suggestioni: ciascuno ha una vita soltanto da giocare, dentro o fuori l’abisso. La può giocare in quell’unico luogo, dove le circostanze lo hanno sistemato; in un solo e unico momento, il presente. Non esiste controprova, non esiste una sessione d’appello in cui scegliere di nuovo, diversamente, e scoprire se avevamo magari sbagliato. La vita non è un cinema multisala, in cui, mentre assisti alla proiezione del tuo miserevole destino, ti tormenti pensando che la sala giusta era quell’altra, in cui avresti potuto abdicare a te stesso perdendoti nelle evoluzioni di qualche Mary Poppins. Se ti capita di finire nell’abisso, che può essere Guantanamo o Gaza, l’ergastolo o la malattia invalidante, certamente puoi per qualche attimo, se credi, maledire la sorte maligna, ma poi non ti rimane che traversare virilmente il tuo tempo,vivente sfregio verso i tuoi persecutori, esempio per le genti che verranno. L’abisso è un posto come un altro per compiere azioni grandi, per pronunciare parole che non si perdano. La felicità umana è in ogni caso passeggera perché passeggeri sono i viventi: essa può esistere unicamente in polemica, in opposizione con il tempo, con il proprio tempo. Non esiste felicità che non contenga ribellione contro l’ingiustizia, battaglia inesausta contro gli abissi passati, presenti e futuri. Che cosa è dunque la volontà di vivere? è volontà di levarsi contro l’ingiustizia, di lasciare quel segno nel mondo che solo chi vive può imprimere.

In questo senso, la volontà di vivere somiglia al coraggio: sia nel senso che chi non ce l’ha nessuno gliela può dare, come pure nel senso che si compone del medesimo materiale, del medesimo impasto di incoscienza e di caparbietà, di realismo e di fatalismo. Vita sarà che noialtri non saremo, si direbbe dalle mie parti: uno può partecipare di questa consapevolezza e apportarvi il proprio contributo o ritrarsi colpito dalla propria insignificanza. Qualsiasi cosa uno di noi faccia, il mondo andrà avanti: l’uno può dedurne, non senza ragione, che agire è futile. L’altro, e con argomenti altrettanto buoni, che agire è assolutamente libero. Che nulla è vero, e tutto è permesso.

È senza dubbio vero che i segnali di autonomia e di accesso alla libertà pratica risultano sommersi dall’alluvione di segnali di adesione supina al sistema delle separazioni e delle alienazioni – si pensi all’infame ripresa del sacrificio di sé nel nome delle abiette religioni. Ma questi segnali non differiscono fra loro su basi unicamente quantitative. La differenza fondamentale, io credo, sta nel fatto che mentre i segnali di disperazione ci pervengono dal sistema di costruzione e consolidamento delle verità di stato, i segnali opposti, di testarda resistenza e di audace contrattacco, ci raggiungono attraversando la cortina delle menzogne coalizzate, per il tramite di esseri umani reali, di persone che ci sono simili.

A chi conviene credere?

L’abisso di cui abbiamo parlato, non esiste separatamente dalla società: è precisamente questa società ad averlo scavato e ad avere scavato nella nostra percezione per indicarlo come prossimo, come profondissimo e, al tempo stesso, come evitabile alla condizione di procedere agli opportuni riti di sottomissione e di socializzazione. Che lo stato presente sia senza speranza per gli oppressi, per gli alienati, per gli isolati, per i sacrificati, è precisamente la speranza di coloro i quali reputano di avere da guadagnare dall’oppressione, dall’alienazione, dall’isolamento. Temere l’abisso non appartiene alla coscienza di chi vuole salvarsi, ma è il prodotto di un’opera infaticabile di ipnosi collettiva per mano di chi intende perderci. Le analisi dei cantori dell’esistente non sono esatte perché essi hanno la capacità di vedere ciò che a noi sfugge: ma perché essi sono solidali con coloro che producono i disastri che vengono analizzati. Sanno che il mondo va di male in peggio e dicono la verità quando lo affermano, per il banale motivo che sono loro stessi a trascinarlo in quella direzione. L’analisi fondata, non esiste separata dal potere. Di chi governa; o di chi è inteso a distruggere l’esistente. Nell’impotenza non vi è intelligenza: chi non ha il potere di condursi a proprio modo, sa del mondo unicamente quel che gli viene intimato di sapere, e di ripetere. Cassandra non si oppone al disegno degli dei, ma ne è parte integrante. La libertà non viene per sua mano, e neppure per quella – pure meravigliosa – di Aiace Oileo folgorato per avere maledetto gli dei fino all’ultimo respiro. È Odisseo a darle forma, prigioniero nell’abisso di Polifemo. La libertà è verosimile solo come tragitto oltre la notte, non come timido e tremulo al di qua, come arcadia imbelle e guardinga

In questo senso io non credo che parlare oggi di autocostruzione sia dar vita a un’ennesima utopia, a un’ennesima società del futuro. Ma di associarsi oggi, di agire oggi, in una maniera che non è mai esistita in alcun luogo. Di abitare l’utopia nel nostro modo concreto, presente, di agire. Effimera è la nostra condizione, effimere in ogni caso le nostre costruzioni: questo non è il nostro handicap, ma la più grande delle nostre fortune. Il vento che ci ha condotti qui, sta già montando per portarci lontano: abbiamo, da lasciare in nostra memoria, per opporci alla ruota dell’oblio, solo i nostri figli e le nostre azioni esemplari.

Scrive con una certa acutezza il Pepi che il risveglio della volontà di vivere sarebbe il “leit motiv, caro all’ideologia situazionista e in particolare a Raoul Vaneigem, per cui tutto il vecchio mondo a un certo punto crollerà di fronte all’affermarsi del soggettivo, del piacere, della pienezza di vita…” E prosegue “Questa è l’ideologia che ha accompagnato, negli anni ’60 e ’70, il movimento rivoluzionario radicale. E, mi sbilancio, ritengo che gran parte di quell’ideologia fosse figlia dell’ottimismo tecnologico dominante di quegli anni, anche quando non lo sposava dichiaratamente.”Sarà pure vero, ma è altresì vero quel che dichiara oggi Bernardo Bertolucci che nel Sessantotto vi furono invero anche tanti errori, ma allora la vita pareva un continuo sogno, mentre oggi è un continuo incubo. L’uomo che pone mano alla fragola[2], finirà né più né meno di quello che si sarà disperato per la propria malasorte. La differenza sta nel segno che sarà stato capace di lasciare, che avrà avuto anche la fortuna di lasciare. Noi abbiamo la fortuna, determinata da cento concause, di poter schernire l’abisso verso cui la storia ci sospinge. E di cercare di colmarlo con le macerie di questa società.

Tanto, la catastrofe è già in mezzo a noi da un bel pezzo: visibilmente dal 1973, sostanzialmente da molto prima, forse addirittura dal 1937 o magari dal 1917 o persino dal 1848. Se per catastrofe intendiamo il disastro della prospettiva rivoluzionaria del proletariato, perché se invece diamo questo nome alla sorte infelice della specie, possiamo risalire tranquillamente fino al primo delinearsi delle società agrarie. Nell’abisso abbiamo residenza da generazioni, anche se è pur vero, che esiste sempre un abisso ancor più scosceso in cui precipitare sarebbe possibile.

 

Nel momento in cui il processo di valorizzazione ha permeato di sé ogni relazione, e ha costruito la società a propria immagine, è del tutto conseguente che sia l’intera società a soffrire della malattia endemica di quel processo, la tendenza a decrescere del saggio di profitto. Fuor di metafora, ciò implica che sopravvivere diviene ogni giorno più faticoso ed affannoso, che i singoli devono compiere sforzi sempre più insopportabili per sottrarsi alla spinta che, mentre trascina innanzi l’astratto corpo sociale, ricaccia indietro i corpi reali degli individui concreti. La moltiplicazione delirante degli adempimenti rende l’adesione alla società sempre più obbligata, a mano a mano che essa diviene meno conveniente, se non del tutto controproducente, come sospettano i sovversivi. Il costituirsi di relazioni estranee a questo stato di cose, che noi possiamo vedere manifestarsi in cento luoghi, indica che esiste tuttavia una possibilità di decidere su basi diverse. Che la presenza di altri, che ci sono simili nella condizione di oppressi, e nella determinazione a sottrarcene, può ancora essere una risorsa. Da questo punto di vista, le soluzioni sono sempre parziali, e denunciano interamente la loro parzialità, precisamente nella misura in cui si pretende di lanciarle come “la soluzione” che dovrebbe sciogliere ogni possibile nodo. Ma l’autocostruzione, che Sergio ventila, ha in ogni caso di interessante, il fatto di situarsi agli antipodi della condizione etero costruita in cui ci vorrebbero perpetuamente confinare. Del pari, la decrescita sarà un concetto ancora confuso e ambiguo, ma indica come minimo la volontà di sottrarsi all’ipnosi della crescita. Ed entrambe comportano un aumento immediato dei momenti di riflessione e di decisione comune, un attacco all’isolamento in cui ci troviamo confinati. E una possibilità di operare in maniera tale da offrire fondamento ai nostri giudizi, a regalare loro concretezza. Perché, come ammoniva al-Kubaysi “…non è necessario scrivere libri per convincere la gente. Se il tuo personale stile di vita è congruente con la tua missione, allora convincerai la gente.”

Valerio fa un parallelo col Seicento, in cui l’Arcadia sarebbe stata una fuga dalla concretezza mortifera della controriforma. L’Arcadia però, era solo uno stile, non già una condotta materiale. Diserzione dalla guerra civile e costruzione di relazioni solidali sono necessariamente declinazioni del medesimo processo. Chi decide è sempre meno disposto a comprare; chi si sottrae al consumo delle merci, diviene sempre meno permeabile al consumo di ideologie; chi dismette le ideologie correnti, diviene ogni giorno più capace di esprimere un libero giudizio; chi è uso a giudicare autonomamente, desidera che la sua condizione materiale gli somigli. Autocostruzione e decrescita hanno senso solo come tasselli di un circolo virtuoso da fondare, da edificare. Ma di cui esistono sparsi già altri non meno importanti tasselli. In tale circolo, esiste spazio (sia nel senso che ci troviamo ancora a un grado talmente iniziale che sono innumerevoli gli elementi tuttora indefiniti; sia in quello che un tale circolo deve, per risultare virtuoso, saper trovare spazio alle più diverse passioni) per mille approcci differenti. Il desiderio di sperimentare modi diversi di fare insieme con altri; quello di sottrarsi per quanto possibile all’handicap sociale nell’ambito dell’alimentazione e della riproduzione materiale; quello di riportare qualche sorta di bellezza in un mondo che ne ha tanto bisogno; quello di offrire un esempio attivo, costruttivo, di rifiuto della proprietà; quello di sperimentare una maniera non aggressiva di abitare il mondo, cercando di inventare equilibri; quello di dare forma a uno spazio liberato dove poter legittimamente godere della passione di definire criteri e accordi…e mille altre ipotesi, tante quante saranno i protagonisti dell’impresa.

Quella dell’autocostruzione è appena poco più che una scusa: la questione di fondo, rimane quella di dare fondamento a una nuova civiltà. La grande imperitura passione di chi ha in sorte di vivere tempi oscuri.



[1] Italo Svevo, La Coscienza di Zeno.

[2] “Un monaco, inseguito da una tigre, scappando arriva sul bordo di un abisso. Sotto un'altra tigre lo aspetta. C'è solo una radice di vite selvatica alla quale aggrapparsi, ma, non appena lo fa, due topi iniziano a rosicchiare la radice. Vicino alla radice vede una bella fragola. La afferra. Come era dolce quella fragola!” (parabola zen)