FIAT POMIGLIANO

Così è nato il "ribaltone" delle tute blu

Contrari al 40%: il doppio del previsto. "Ritmi troppo peanti"
TEODORO CHIARELLI
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Il day after di Pomigliano è fatto di nuvole barocche cariche di pioggia e dei volti scuri dei pochi operai che a passo svelto, quasi furtivi, oltrepassano le barriere dell’ingresso 2 dello stabilimento Giambattista Vico. È tornata alla normalità la fabbrica dove il referendum sull’accordo per la produzione del futuro ha visto vincere i sì con il 62,2%, ma anche guadagnare un inopinato 36% ai no, ben più di quanto valgano insieme le sigle del no, Fiom e Slai Cobas (20% circa). Normalità da queste parti significa da due anni produzione quasi ferma e cassa integrazione generalizzata. Sul grande piazzale niente più presìdi, slogan, cartelli e striscioni. Rimane un lungo lenzuolo rosso che recita «Con i lavoratori di Pomigliano contro i ricatti della Fiat». Lavorano solo 345 operai, divisi su due turni, del reparto stampaggio. Devono produrre lamiere per rifornire la fabbrica di Melfi dove si fa la Bravo e la Sevel di Val di Sangro. Pochi accettano di commentare l’esito di una votazione che ha avuto, come al solito, tante interpretazioni. Uno avvicina di sua sponte il cronista. «Vuole sapere come mai così tanti no? Glielo spiego io». Prego. «Mi chiamo Carmine, ho 35 anni, non sono della Fiom né dei Cobas, però ho votato no, come tanti. Cerco di tenermi informato e di ragionare con la mia testa. Perché no? Perché lavoro alla catena di montaggio. Si sono fatti tanti discorsi sull’assenteismo o sul diritto di sciopero. Balle. La gente alla catena di montaggio non ne può più dei ritmi infernali a cui è sottoposta. Figuriamoci di quelli che vuole imporci domani Marchionne». Carmine insiste. «Non sono un barricadiero, ho sempre lavorato, mai un giorno di malattia, altro che fannullone. Ma qui vogliono imporci condizioni capestro, prendere o lasciare, perché alla Fiat interessa solo aumentare i carichi di lavoro: una macchina al minuto, 350 auto al giorno per tre turni lavorativi».

Si affianca Antonio. «Ma perché vi stupite dei tanti no? In fabbrica non ci sono solo gli iscritti ai sindacati. E non è detto che un iscritto voti secondo le direttive della sua organizzazione. C’è un ventre molle di disagio che con un referendum ha l’occasione di manifestarsi. Dove? Nei reparti più usuranti. A Melfi avevano imposto un’organizzazione del lavoro non molto diversa da quella prevista qui. Dopo un anno i lavoratori sono scoppiati. Risultato? Ventuno giorni di sciopero. Certo che siamo preoccupati. Noi vogliamo lavorare, ma non con ‘sta fetenzia». E infatti, sottolinea la Fiom, tra gli operai il no ha raggiunto il 40%. E per il no si sono pronunciati anche 16 capi. Stefano, invece, ha votato sì, «ma sono stato molto combattuto, credo che qui dentro dovremmo tutti immedesimarci con chi sta alla catena, però è anche vero che abbiamo bisogno di lavorare, con 800 euro siamo sulla soglia di povertà». Intanto arriva una giovane coppia di trentenni. Lui, alto, capelli a zero, fisico prestante, tiene in braccio un bimbo di tre anni. Ma è lei che varca il cancello dello stabilimento. «Abbiamo accompagnato la mamma - dice con un sorriso -. Anch’io lavoro qui. O meglio siamo tutti e due in cassa integrazione, ma oggi mia moglie è stata richiamata, alla lastratura c’è qualche commessa da finire. Poca roba. E noi siamo fortunati, la cassa si moltiplica per due. Ma se salta il banco diventa un disastro: in due in mezzo a una strada. Ho votato sì, che potevo fare? E anche mia moglie». Proprio sul fronte femminile si registrano le sorprese più significative. Radio fabbrica dice che la percentuale di donne che ha votato no sarebbe molto più alta del previsto. Fra loro gente tosta, come Maria Capasso, 32 anni, da Giordano, cintura napoletana, addetta alla linea dell’Alfa 159, in Fiat da 9 anni. Ha votato no («Non me ne pento, spero che ora il signor Marchionne apra un dialogo per ridiscutere alcune parti di questo accordo»), ma non è iscritta alla Fiom. «Aderivo a un sindacato, poi ho capito che anche loro la fiducia dei lavoratori dovrebbero conquistarsela. Pensi che a un certo punto mi sono ritrovata nuovamente iscritta. Qualcuno aveva falsificato la mia firma. Ho fatto casino e mi hanno rimborsato 120 euro di quote». Maria («Ma anche tante altre come me») teme che l’inasprimento delle condizioni di lavoro penalizzi molto le donne: «Non chiedo favori, non mi fa paura l’orario notturno. Ma grazie a Dio non sono sposata, non ho figli. E chi li ha? Avevano fatto tante promesse, ma qui andiamo a peggiorare.

Poi ci sono tutta una serie di rimborsi che spariranno e i corsi che non ci verranno pagati. Cose di cui si parla poco o nulla, ma che alla gente interessano assai». Annamaria Carennante invece non ha votato: è impiegata a Pomigliano, però fa parte di un altro ente, Fiat Service. «Non so che cosa avrei fatto. Chi si è espresso per il sì era di fronte a un voto obbligato. Perché esistono la libertà - puoi scegliere fra carne e pesce - e la libertà condizionata - puoi scegliere solo carne. Ma mi fa piacere che una parte, anche se minoritaria, di lavoratori abbia fatto una scelta di dignità. Mio marito lavora qui e ha votato no». Dicono che a Pomigliano non si rida più. Che la crisi stia uccidendo lentamente la fiducia nel futuro di un’intera generazione di trentenni. Massimiliano, fronte del sì, non ci sta. «Questa fabbrica ha ancora una speranza. Qui siamo in tanti in grado di fare un prodotto di qualità. Resto ottimista: nonostante le troppe amarezze e le innumerevoli circostanze negative che hanno portato ai tanti no, riusciremo a portarli dalla nostra parte».