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INTERVISTA DEL 2006, A LUIGI PACCHIANO OPERAIO DELLA MARLANE COLPITO DA TUMORE

Intervista di Francesco Cirillo, pubblicata nel novembre 2006 nel sito internet www.sciroccorosso.org INTERVISTA A LUIGI PACCHIANO OPERAIO DELLA MARLANE COLPITO DA TUMORE   

25 ottobre 2005- La Procura di Paola ha respinto la richiesta d’archiviazione fatta dalla  Marlane sulle morti bianche successe fino al 1995. Ora si indaga sulla Marlane e sulle sue morti. Intervistiamo un operaio della Marlane, Luigi Pacchiano, che ha lavorato dal 1959 al 1995 in questa fabbrica, e che come tanti altri è stato colpito da carcinoma alla vescica.

di Francesco Cirillo

Sono Luigi Pacchiano nativo di Maratea residente a Praia a  mare. Vi voglio illustrare  la mia vita lavorativa. Nel 1959  sono stato assunto al Lanificio di Maratea. Ho lavorato in questa fabbrica fino al 1963. Dal 1959 al 1963 le misure di sicurezza all’interno delle fabbriche non si conoscevano proprio  però Maratea aveva solo la tessitura e l’incollaggio e non aveva altri tipi di lavorazione nocive. Dal 1963 al 1966 sono uscito per motivi personali dalla fabbrica. Nel 1966 sono rientrato  e  nel 1969 fummo trasferiti  a Praia a mare. Che si chiamava Marlane. Qui c’era la filatura, la tintoria , il fine saggio. Quando siamo arrivati noi la fabbrica è stata cambiata totalmente. Arrivando noi hanno smantellato tutti i muri divisori che prima dividevano i vari reparti e tra questi la tintoria  che nella metà degli anni 60 era divisa dagli altri reparti. E così la Marlane di Praia a Mare diventò un unico ambiente.  La tessitura e l’orditura che arrivarono dalla fabbrica di Maratea  vennero inserite fra la filatura e la tintoria  e il fine saggio senza alcuna divisione.  In questa situazione vi ho lavorato fino all’11 novembre del 1995. per questioni di salute sono dovuto uscire dalla fabbrica.

 Che tipo di lavoro facevi ?


Facevo l’orditore . cioè quelli che preparano l’ordito per la tessitura ( l’ordito è l’insieme dei fili che tesi longitudinalmente sul telaio  sono destinati a incrociarsi con la trama per formare il tessuto - nota dell’intervistatore-.) . E lavoravo a due tre metri di distanza dalle macchine della tintoria. Senza , come dicevo prima senza misura di prevenzione né di protezione.

 Quanti eravate gli operai che lavoravate in questa sezione ?


 Il reparto orditura era costituito da quattro macchine poste al centro tra la filatura e la tessitura. Nel complesso gli operai eravamo un 500.

 Tu hai lavorato sempre nella sezione dell’orditura ?


No. Nel 1972 per questioni di orari di lavoro fui trasferito al reparto finissaggio umido  e vi rimasi fino al 1983 , poi quando ci furono i primi cassa integrati dovetti  ritornare di nuovo all’orditura. Nel periodo di fine saggio in base ai criteri dei dirigenti chi lavorava a certe macchine dove si usavano prodotti nocivi veniva consegnata loro la famosa busta di latte per disintossicarci, dicevano loro.

 Ma in una situazione come questa, mi chiedo,  non venivano in fabbrica ispettori ?


 Io in tutti questi anni  non ho mai visto un’ispezione sanitaria. Io all’orditura ero in un punto strategico della visibilità dell’intera fabbrica e non ho mai visto entrare nessuno. Né abbiamo mai avuto visite personali sanitarie. In tutta la mia attività lavorativa ho avuto solo due schermografie  . Una volta a  Maratea e l’altra a Praia poi mai più. Non mi risulta neanche che ci fossero medici aziendali. E chi era addetto all’infermeria  non era altro che un infermiere. Ci avevano fatto credere per anni che questo infermiere fosse un dottore. La prima volta che ho visto un medico aziendale  è stato agli inizi degli anni 90 .

Niente controlli quindi nessuna precauzione per i prodotti nocivi che usavate. Come vivevate in questa fabbrica ?


Si,  lavoravamo senza alcuna misura di prevenzione, senza controllo medico, ci davano questo latte in base ai criteri dei dirigenti e dei caporeparto, a chi si a chi no. Non c’erano aspiratori  né in alto né in basso, i cosiddetti aspiratori a terra, che esistevano ma che non hanno mai funzionato. D’estate si lavorava a 40 grandi di caloria ed a 80 gradi umidità, era una cosa impossibile lavorare  e spesso abbiamo fatto dei piccoli scioperi uscendo dalla fabbrica, ma subito dopo eravamo costretti a rientrare pena il licenziamento. Parecchie giornate . all’interno della fabbrica ,erano contraddistinte da un grande quantitativo di polvere e fumo. Tanto che noi dicevamo entrando “ oggi nebbia in Val Padana “. I vapori provenienti dalla sezione tintoria coprivano tutto il reparto  e non si vedeva niente. Il cattivo odore era terribile, anche perché per coprire la puzza venivano usate le amine aromatiche . Ci facevano credere che le puzze provenivano dall’esterno o che erano conseguenza non legata ai prodotti usati. Difatti quando arrivavano i fusti con i coloranti toglievano le etichette dai fusti dove c’era il teschio di morte con scritto i prodotti contenuti nel fusto. Venivano tolti subito, E i capireparto ci dicevano di prendere i fusti a secondo dei colori esterni.  E si andava avanti così. La tintoria era composta da tinto pezza e tinto top. La Marlane lavorava molto per lo Stato  e produceva divise militari. Le vasche che tingevano le pezze erano aperte e venivano alimentate con i coloranti che vi si scaricavano direttamente . Una lavorazione a mano. Loro sostenevano che i vapori provenienti da queste vasche venivano aspirati da cappe poste su di esse. Ma da una brochure stessa diffusa dalla Marlane si poteva notare che queste cappe non erano mai esistite. Loro non tenevano le vasche chiuse per  fare raffreddare subito la lana. Quindi l’acqua ribolliva all’aperto e questo creava i vapori che si disperdevano per tutta la fabbrica coinvolgendo tutti  gli operi.  

Si è i sentito parlare anche di uso di amianto
.

L’azienda dice che non è mai stato usato. Non è vero . I 108 telai esistenti nella fabbrica avevano i freni che funzionavano ad amianto. E questi freni si consumavano abbastanza spesso e velocemente. Quando dai freni usciva la polverina ad amianto per eliminarla dagli ingranaggi ci si soffiava con una pistola ad aria compressa e tutto andava in aria . E quindi tutti respiravamo queste polveri .  

Quando sono cominciati i primi casi di decesso fra gli operai ?


 I primi casi sono avvenuti nel 1973. Operai di trent’anni addetti ad una macchina che bruciava i fili  usando degli acidi. I due operai addetti a questa macchina sono morti entrambi, e per quello che abbiamo saputo il motivo era per questi acidi. Da lì in poi di decessi ne sono avvenuti in continuazione . Chi per tumore chi per altro. E quando  qualcuno protestava si diceva di stare zitti e di farsi gli affari propri pena il licenziamento. Secondo una mia idea, una sessantina per quello che ricordo ma ci sono operai che hanno lavorato in fabbrica e che nessuno conosceva. Non tutti eravamo di Praia e di Maratea. Molti operai provenivano dai paesi del circondario. E quando sparivano e nessuno li vedeva più, nessuno poteva avere informazione se era morto o se era stato licenziato, o se aveva trovato un altro lavoro. Io avevo chiesto più volte di fare un monitoraggio su tutti quelli che avevano lavorato nella fabbrica per sapere che fine avessero fatto, chi è morto e come è morto. Un lavoro che volendo ancora oggi si potrebbe fare e che spero si faccia al più presto.

Uno degli ultimi decessi fu quello di Teresa Maimone di Maratea. Cosa ricordi di lei ?

Mi viene la pelle d’oca a pensare a questa giovane operaia. Questa signora lavorava alla rocchettiera . I prodotti sintetici  venivano tinti prima delle vasche e poi veniva passato sulla rocchettiera. E questa signora lavorava qui. E qui la polvere era notevole, perché sfilando il filo ad alta velocità si mandava nell’aria sia il colorante che polvere. E lei si lamentava che ogni volta che faceva  questo lavora tutto il suo corpo si faceva rosso di sfoghi. Lei andava dal medico e questo le diceva che era una questione alimentare. La cosa è andata avanti per molto tempo finché un giorno mi ricordo che si sentì male in fabbrica e stava per svenire. Non si reggeva in piedi e fui proprio io ad accompagnarla dal medico. Il quale ripeté la solita storia della cattiva alimentazione. Io poi venni a sapere che, dopo che io non lavoravo più in fabbrica si sentì di nuovo male e fu accompagnata d’urgenza all’ ospedale di Napoli . E dopo cinque giorni morì.  Ricordo un altro operaio addetto alle pulizie che morì per tumore ai polmoni. Ne ricordo un altro addetto alle pulizie dei tubi anch’egli stroncato da un tumore. Lo stesso prete di Maratea, Don Vincenzo Iacovino, che officiava tutti questi funerali di operai in una sua omelia si scagliò contro l’azienda dicendo questa non è una fabbrica di lavoro ma di morte. E questa storia  il parroco la dichiarò anche nello spettacolo delle Iene.    

Ed un certo giorno anche tu hai cominciato a sentire dolori.

E venne il mio turno.  Era il 1993 e  sfortunatamente anch’io mi sentii male. Sono andato subito in ospedale per accertamenti. Qualche mese prima, della crisi forte, sentivo dei fastidi. Andavo sempre al bagno. Ho pensato subito alle conseguenze della polvere che respiravamo. Quando tornavamo a casa anche due ore dopo soffiandoci il naso veniva fuori il nero della polvere. E quando si sputava ,si sputava nero. A casa arrivavamo che puzzavamo e bisognava fare continue docce per far sparire il cattivo odore. La mattina del  14 dicembre del 1993 , dunque,   mi ricovero in ospedale. Il 15 dicembre scoprono che avevo un carcinoma alla vescica .Sono stato immediatamente operato per l’asportazione di tale carcinoma. Da qui inizia il mio calvario. Continue visite mediche, ricoveri ospedalieri, accertamenti, operazioni. Ritornando in fabbrica sono stato anche deriso dalla dirigenza, che mi dissero che tanto uno in più uno in meno, ne erano morti tanti, e non avrebbero fatto alcuna differenza. Pregai di spostarmi in un altro reparto. Non ce la facevo a stare in piedi e spesso dovevano darmi il permesso per uscire prima. In questa occasione conobbi il medico aziendale che mi disse di essere entrato in fabbrica solo da due anni. Mi chiese se io avevo bisogno di una visita per l’udito. Io gli spiegavo che avevo bisogna di ben altro. E lui mi disse di andare in fabbrica presso il suo studio con le cartelle cliniche dell’operazione subita che lui avrebbe provveduto ad una visita ufficiale come medico aziendale.  E con le cartelle  mi reco nel suo studio aziendale. Mi fa sedere. E con un martelletto mi batte sul ginocchio. I riflessi sono buoni quindi stai bene, mi dice. Io allora subito , alzando un po’ la voce, gli spiego che i miei problemi sono di ben altra natura. Ed il medico mi sgrida dicendo che io non capivo niente di medicina. E la visita finisce lì. L’unica cosa che riesco a tirare fuori dalla visita medica è lo spostamento in un altro settore della fabbrica.  

Quando uscisti dalla fabbrica ?

Dall’estate 94 fino a novembre del 95 sono dovuto sottostare alle decisioni dell’azienda che mi obbligò a continuare a lavorare vicino alla tintoria. Perché poi nessuno mi volle spostare. In seguito avendo avuto una ricaduta fisica nel 95 mi sono dovuto dimettere dal lavoro e andarmene. Le dimissioni le feci con una lettera all’azienda dove spiegai che nonostante le mie continue richieste non ero stato spostato ad un reparto più consono alla mia malattia. Pochi giorni prima delle mie dimissioni un dirigente dell’azienda mi aggredì verbalmente dicendo come mi ero permesso a scrivere quelle cose, e mi invitava a rimangiarmi tutto. Ho una causa in corso per delle frasi che ho riferito all’antimafia di Catanzaro per delle velate minacce ricevute nelle quali mi si ripeteva che tutto ciò che io facevo era completamente inutile in quanto avevano soldi per pagare chiunque. L’11 novembre del 1995 esco quindi dall’azienda per motivi di salute.  

La fabbrica intanto ha cominciato a smantellare i reparti che conosceva come nocivi.


La fabbrica ha smantellato e rottamato la tintoria tops , dove tingevano la lana , nell’aprile maggio 1996. Invece la tintoria pezze nel 1990-91 venne rifatta nuova . Nel senso che arrivarono le vasche a chiusura. Tutt’ora nella Marlane la tintoria ancora esiste, ma è tutto recintato e chiusa. Poi è cambiato anche il sistema di lavorazione, perché una volta si lavorava il terital , il poliestere, cotone seta adesso fanno solo un po’ di lana. Invece la filatura che hanno installato adesso, che è entrata anch’essa in crisi, fa maglieria. E anche adesso so di operai che si lamentano per la polvere che si alza durante la lavorazione.

Fino ad oggi potremmo fare un calcolo su quanto potrebbero essere state le morti alla Marlane ?


Io mi ero fermato ad una sessantina. Ma ogni tanto incontro operai che mi raccontano di nuovi decessi. Ad occhi e croce potremmo essere tra i 90 ed i  120 morti. Se si facesse un monitoraggio si potrebbe stabilire tutto. La stessa  azienda qualche tempo fa in un comunicato uscito su un quotidiano regionale dichiarò che nella fabbrica hanno lavorato 1050 persone e che i decessi per tumore sono stati 50. Questo numero secondo l’azienda rientra nella casistica normale delle morti di tumore . Chiaramente provenienti tutti dall’esterno. Ma l’Inail stessa un anno prima che io uscissi dalla fabbrica mi aveva riconosciuto la malattia professionale . E il riconoscimento l’ho avuto perchè gli ispettori dell’Inail quando vennero in fabbrica trovarono esattamente tutto quanto io gli avevo raccontato. Ecco perchè ho avuto il riconoscimento. Quando io me ne andai dissi all’azienda che avrei chiesto loro i danni. L’azienda mi rispose che problemi loro non ne avevano in quanto avevano tanti soldi per pagare chicchessia. E questo dialogo con questo dirigente dell’azienda io lo denunciai insieme ad altri operai all’antimafia di Catanzaro facendo il nome di questa persona.  Che le cose non andavano per il verso giusto in quella fabbrica si vedeva anche dalle schede sui materiali che si usavano che l’azienda , su richiesta nostra, non consegnava mai identiche. Una volta avevano dei numeri altre erano diversi. E questo fatto ci venne  confermato da una segretaria andata in pensione.

Ma i sindacati ufficiali cosa facevano ? Come mai non intervenivano su una situazione così grave ? Così i partiti di sinistra.

I sindacati , così come i partiti  non sono mai intervenuti. Parlavano con noi ma senza concludere nulla. Molti sindacalisti , ed i partiti ad essi collegati, erano compromessi con l’azienda perché avevano delle fabbrichette dove ricevevano l’indotto della stessa azienda. L’unico sindacato che ci ha aiutato è stato lo Slai Cobas con l’on.Mara Malavenda

Ora sappiamo che la Procura di Paola vuole proseguire le indagini.

Si ma adesso nell’azienda non c’è più nulla . Non ci sono documenti, non ci sono schede, non ci sono le famose vasche, non esistono neanche le planimetrie originali. Bisogna quindi stare molto attenti. Io mi auguro che non per questioni finanziarie, ma per una questione di giustizia, questa  venga data ai tanti operai che sono morti giovanissimi .