NOTIZIE SLAI COBAS

Tute blu protestano in Fiat al freddo e al gelo per difendere diritti e dignità



La giornata di protesta organizzata da Fiom e Cgil, con l’adesione di numerose altre organizzazioni, è stata vissuta più che mai in trincea, visto il gelo climatico e la pioggia che, forse, hanno sconsigliato a più di qualcuno a recarsi dinanzi ai cancelli dello stabilimento Fiat Powertrain Technologies di Termoli.

In prima linea anche i militanti dello Slai-Cobas

 


In prima linea anche i militanti dello Slai-Cobas

TERMOLI.

Uno sciopero generale di categoria, quella dei metalmeccanici, tute blu sempre più in tensione, vissuto in tutto il Paese, con manifestazioni in 17 regioni.

Otto ore che però non pare abbiano avuto un’adesione significativa, con alcune fonti ufficiali che parlano appena del 6% e, addirittura, iscritti Fiom che per non lavorare, ma nemmeno perdere i soldi in busta paga, hanno preferito optare per le ferie, decisione salomonica ma politicamente discutibile.

Insieme alla Fiom, alla casa madre Cgil, tutte o quasi le federazioni di settore cigielline, Rifondazione comunista, l’Italia dei Valori, con gazebo e banchetti, ma anche la sinistra universitaria, l’unione degli studenti, la Federazione della Sinistra, Slai-Cobas e Failms-Cisal.

Esponenti politici come l’onorevole Anita Di Giuseppe, con i consiglieri provinciali Cristiano Di Pietro jr e Antonio Di Bello, Pierpaolo Nagni e una classe dirigente territoriale, ma anche il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia (sostenuto dai Giovani democratici e dagli Ecodem) e quello di Sinistra Ecologia e Libertà Mauro Natalini.

Giungendo sul piazzale che porta al cancello principale dell’impianto si odono dalle trombe montate strofe di canzoni che riportano alla storia della sinistra, come quelle di Contessa, “Compagni dai campi e dalle officine”, mentre sul palco, quando sono le 11 abbondanti, comincia la sequela di interventi, sotto l’occhio vigile di decine e decine di uomini delle forze dell’ordine.

Reparti mobili di polizia e carabinieri, guardia forestale e vigili urbani disposti per garantire la sicurezza nell’intero perimetro.

Una partecipazione non eccezionale, dicevamo, che gli organizzatori hanno stimato al 30% in fabbrica (come detto un quinto di questa quota per altre fonti) e alcune centinaia, tra 200 e 300, forse, davanti al palco dove si è sviluppato il comizio, durato poco più di un’ora.

Interventi ‘fuori ordinanza’, ma anche i più dirompenti, sono stati quelli dello Slai Cobas, prima con la rsu Andrea Di Paolo (anche coordinatore provinciale), quindi Stefano Musacchio.

Nel loro verbo la richiesta di invertire la rotta a Termoli, disdettando l’accordo del 1994, che portò alla scissione in Fiom e alla nascita dei Cobas.

“Rimuoviamo il culo dalle poltrone”, ha tuonato Di Paolo, “non abbiamo bisogno di politicanti da strapazzo, che appaiono solo in queste occasioni”.

Tutti i protagonisti hanno attaccato con veemenza i governi Iorio e Berlusconi, ma anche i sindacati non allineati alla posizione dei duri e puri, tanto da essere definiti sacrestani (Bonanni e Angeletti), e di quell’opposizione che in Parlamento non rappresenta la classe operaia, gli studenti e i pensionati, ogni riferimento al Pd è puramente voluto.

“La lotta è dura ma non ci fa paura”, gridavano dalla platea che in piedi e sotto l’acqua sosteneva la manifestazione, mentre si arringava ai diritti, alle tutele, allo statuto dei lavoratori e si accusavano Marchionne e la globalizzazione.

Una protesta figlia dei referendum di Pomigliano e Mirafiori, ma che i lavoratori di Termoli, specie le donne, in prima linea col loro coordinamento di fresca nomina, incarnano sulla loro pelle, forse perché ammalatisi nel lavorare di domenica, come è stato detto stamani, e perché vogliono poter crescere ed educare i figli senza i bastoni aziendali fra le ruote di casa.

La chiusura affidata a Erminia Mignelli e Alessandra Camuzzi ha fatto riecheggiare la richiesta di sciopero generale, poi giù il sipario e una veloce smobilitazione.

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