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ART 18 - Risposta al Prof Ichino

Leggendo l’articolo del Professor Ichino, pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 15 settembre, ci è venuta in mente l’ipotesi in cui la Sig.ra Irene incontri il Sig. Buonaventura e i due si scambino le reciproche esperienze. Quest’ultimo inizierebbe a raccontarle della sua attività di posteggiatore in un’azienda con circa 120 dipendenti, che gestiva diversi parcheggi in una grande città e nella relativa provincia. Il Sig. Buonaventura era l’addetto ai ticket: la sua attività consisteva nel consegnare e ritirare i biglietti agli utenti oltre a versare gli importi corrispondenti. Tale lavoro veniva svolto per otto ore al giorno sempre all’aperto, d’estate sotto il sole cocente e d’inverno  cercando di resistere alla nebbia e al freddo. A un certo punto il sig. Buonaventura iniziò a chiedere, con insistenza quasi quotidiana, che gli  venissero concessi una sedia e un ombrellone sotto cui ripararsi. L’azienda, per tutta risposta,  lo licenziava per giusta causa. Recatosi dall’avvocato, quest’ultimo cercava di rassicurarlo che sarebbe stato reintegrato nei suoi diritti. Di fronte a precise domande, però, inspiegabilmente, l’avvocato  non dava contezza di  quali fossero esattamente questi “diritti”.

Dopo qualche mese, l’avvocato si trova col suo cliente davanti al Giudice del lavoro e durante l’udienza dall’esterno dell’aula  si sente il Sig. Buonaventura che ad alta voce esclama. “Ma via, non siamo mica al mercato!”

Ma perché il posteggiatore si è abbandonato a questa imprecazione?

In realtà i fatti sono semplici. Nel tentativo di conciliazione, il Giudice, come prescritto dall’art. 420 c.p.c., aveva invitato le parti a trovare una  soluzione conciliativa. In quella sede era emersa la richiesta del dipendente di essere riammesso al servizio, paventando l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori., ipotesi rispetto alla quale l’azienda aveva risposto che lo avrebbero sì riammesso al lavoro, ma in una città della provincia a 95 km di distanza e praticamente non raggiungibile giornalmente con i mezzi pubblici. Poiché il malcapitato posteggiatore  non aveva né la macchina né la patente, si era dovuto indirizzare la conciliazione, come regolarmente accade, verso ipotesi risarcitorie, ovvero prevedendo che l’azienda riconoscesse un indennizzo al dipendente in sostituzione del posto di lavoro. Il problema a quel punto era stabilire quale fosse il “valore” del posto di lavoro. Ed in questo frangente, nella baraonda di cifre azzardate dagli avvocati, dal Giudice e dalle parti personalmente, si era giunti all’esclamazione del povero, ma forse assennato Buonaventura.

Non vi diciamo com’è finita la causa, ma siamo sicuri che nei parcheggi gestiti da quell’azienda non lo incontrerete più. Nella realtà, nonostante l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ogni avvocato che si sia occupato assiduamente di diritto del lavoro sa bene che, pur a fronte di licenziamenti dichiarati illegittimi dall’autorità giudiziaria, i dipendenti che vengono effettivamente reintegrati nelle aziende si possono contare sulle dita di una mano. Il problema quindi del rapporto tra azienda e lavoratore va ben al di là dell’art. 18, che nella realtà di oggi non costituisce alcun deterrente né ai licenziamenti né alle assunzioni.  Forse il percorso verso un mercato del lavoro che voglia essere effettivamente competitivo e garantista è più lungo e destinato a coinvolgere un’effettiva rappresentanza delle parti sociali in un dialogo che – ci auguriamo – possa essere davvero costruttivo per tutti.

Avv. Mirco Rizzoglio

Avv. Marisa Marraffino