NOTIZIE SLAI COBAS

La sconfitta della FIOM in FIAT: il seguente documento è stato inviato da Antiper per l'Assemblea ASSEMBLEA OPERAIA NAZIONALE ALL’ALFA DI ARESE - 20 aprile ore 10.00

Il seguente intervento è stato inviato come contributo per l'Assemblea del 20 aprile 2012 promossa dallo Slai Cobas all'Alfa Romeo di Arese


Alla fine del 2011 la FIAT aveva annunciato l'intenzione, successivamente realizzata, di disdire gli accordi sindacali vigenti negli stabilimenti italiani del gruppo per applicare gli “accordi di Pomigliano e Mirafiori”; in virtù di una clausola contenuta al loro interno la FIOM (che non aveva sottoscritto quegli accordi) è stata esclusa dalle rappresentanze sindacali aziendali in FIAT per la prima volta dopo moltissimi anni. Questa esclusione è certamente un fatto rilevante e può essere affrontata in due modi:

1) Il primo modo è quello che viene utilizzato dalla FIOM e dal movimento politico-culturale che la sostiene: l'esclusione è una questione di carattere “democratico”, i lavoratori hanno il diritto di scegliersi liberamente da chi essere rappresentati, ecc... In ogni manifestazione, intervento, intervista... la parola “democrazia” è la parola chiave.

2) Il secondo modo è quello che non viene utilizzato dalla FIOM, ma forse dovrebbe esserlo: l'esclusione è un problema di rapporti di forza ed è su questo terreno - e non su quello dell'opinione pubblica di sinistra e “indignata” - che si costruisce la resistenza, in FIAT e altrove.

E' evidente che tra le due “questioni” esiste una relazione profonda dal momento che all'interno del capitalismo l'ampliamento - o anche solo il mantenimento - dei diritti “democratici” e sindacali dei lavoratori è possibile solo se ne sussistono i rapporti di forza. Se hai questi rapporti di forza puoi difendere questi “diritti”, diversamente, sei destinato a perderli. Altrimenti perché la maggiore concentrazione di infortuni e morti sul lavoro avverrebbe tra i lavoratori che appartengono alle fasce salariali più basse?

La “democrazia” non c'entra nulla; o meglio, c'entra, ma nel senso che questa è la normale “dialettica democratica” del capitale. Del resto, dal punto di vista padronale non erano tanto “democratiche” neppure le spazzolate dei “fazzoletti rossi” che costringevano allo sciopero anche i lavoratori che non volevano farlo, ma la FIAT a quei tempi abbozzava perché non aveva la forza per impedirle.

La riduzione della “democrazia” sindacale in FIAT è un sintomo, più che della cattiveria del padrone, della debolezza dei lavoratori e della FIOM. E' dunque inutile richiamare il padrone ad un comportamento meno “anti-democratico” e non sarà promuovendo manifestazioni della sinistra oppure stazionando nei salotti televisivi che la FIOM costruirà in FIAT i rapporti di forza necessari a difendere e a riconquistare “spazi di democrazia sindacale” per sé e per il resto dei lavoratori (ammesso che questo sia effettivamente possibile nel breve-medio termine).

Ora, a proposito di “democrazia”, si potrebbe ricordare che la FIOM ha goduto per quasi 20 anni, assieme a FIM e UILM, del privilegio assai poco “democratico” di nominare un terzo dei delegati RSU aziendali senza doverli eleggere [1]; oppure si potrebbe ricordare, sempre a proposito di “democrazia”, che quanto avviene oggi alla FIOM non è diverso da ciò che avviene da 17 anni [2], anche per responsabilità di FIOM e CGIL, ai Cobas e ai sindacati di base.

Si potrebbe dire: chi la fa l'aspetti. Ma la sconfitta della FIOM in FIAT è un elemento della più generale sconfitta di tutti i lavoratori e non c'è niente di cui rallegrarsi. C'è invece da preoccuparsi, e molto, per l'attacco sistematico che il padronato e i suoi governi di sinistra-centro-destra stanno portando da molti anni ai lavoratori senza che questi riescano a imbastire una resistenza efficacie.

In particolare, la prevista cancellazione dell'obbligo di reintegro per i licenziamenti senza giusta causa, se andrà in porto, renderà molto più difficile per i lavoratori resistere nei luoghi di lavoro, individualmente e collettivamente.
Le lotte sindacali resteranno solo per quelle fasce di lavoratori che non hanno praticamente alcun diritto e che sono esposte al più totale arbitrio padronale come i lavoratori ultra-precari o quelli delle cosiddette “cooperative”, perché quelle fasce di lavoratori non hanno nulla da perdere.
I sindacati di regime si trasformeranno definitivamente in erogatori di servizi a pagamento, agenzie di collocamento informale, strumenti di controllo e repressione “bilaterale” nei luoghi di lavoro, gestori della spartizione clientelare di ammortizzatori sociali sempre più limitati...

Fino ad oggi i lavoratori avevano una serie di strumenti giuridici per promuovere lotte sindacali che non volevano essere promosse (dai sindacati di regime esistenti); da qui in avanti non avranno più neppure questi strumenti giuridici per modo che, se la tensione sociale dovesse crescere a causa della crisi e a qualcuno venisse l'estro di promuovere il “conflitto” - invece che la “coesione” - esso debba trovarsi sprovvisto di strumenti “legali” e costretto a misurarsi immediatamente su un terreno “extra-legale”, cosa che in genere si sceglie o per coscienza o per disperazione. E quando si imbocca la strada dello sconto frontale per disperazione, checché ne dicano gli apologeti sciocchi della spontaneità, è la classe dominante che ha molte più probabilità di vincere con la sua organizzazione scientifica, con la sua visione strategica, con il suo apparato repressivo. Ecco perché noi dobbiamo costruire la nostra organizzazione scientifica, la nostra visione strategica, il nostro apparato rivoluzionario; scegliere lo scontro per la consapevolezza che è finito il tempo delle illusioni neo-riformistiche e delle messianiche attese di “autunni caldi” che non torneranno.

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L'attuale sconfitta della FIOM in FIAT [3] richiama alla memoria la sconfitta della FIOM nelle elezioni per le Commissioni Interne del 1955. Naturalmente, il contesto e le motivazioni di quella sconfitta sono molto diverse da quelle attuali e l'analogia si ferma all'elemento della sconfitta della “sinistra sindacale” [4] in FIAT.
Il punto da sottolineare è che la “sinistra sindacale” e i lavoratori FIAT ci misero parecchi anni per riprendersi e riuscirono a farlo solo dopo il “boom economico”, la fase di poderosa crescita industriale della prima metà degli anni '60. Quel boom permise un cambiamento dei rapporti di forza che non riguardò solo la FIAT, ma la gran parte dei lavoratori italiani. Vennero da lì l'“autunno caldo”, le lotte dei primi anni '70 e il “decennio d'oro” del riformismo italiano in cui furono realizzate molte conquiste sociali e civili. Era un periodo destinato a finire presto e presto finì. Ma fu sufficiente alla “sinistra” italiana per farle sognare nei successivi 40 anni il suo impossibile ritorno.

Lo scenario che abbiamo di fronte in Italia (e in generale in tutti i paesi del “centro” imperialista) è quello di un recupero di produzioni industriali solo a condizione di un drastico peggioramento delle condizioni materiali dei lavoratori, come gli accordi alla Chrysler insegnano (5 anni di diritto di sciopero sospeso, tanto per cominciare, e la compartecipazione diretta, attraverso i fondi pensione dei lavoratori nel capitale azionario, al destino dell'azienda).

Come direbbe Gramsci, il potere, per riprodursi, deve esercitare sempre una combinazione di forza e di egemonia. Ma non lo fa sempre nella stessa misura; nelle epoche di vacche grasse distribuisce qualche “carota” (e mai per volontà, ma per necessità) mentre nelle epoche di vacche magre te la toglie. E se le cose procedono in questo modo il futuro sarà, per i lavoratori, magrissimo.
Per rialzare le sorti della FIAT - ammesso e non concesso che possano essere rialzate - non bastano i trucchi finanziari, le dilazioni di pagamento, i sussidi statali, le operazioni di facciata, i piani industriali impossibili, ecc...; ci vuole innovazione di prodotto e, se si hanno poche idee come in FIAT, un livello più alto di sfruttamento dei lavoratori, specialmente in quanto siamo nel quadro di un segmento produttivo ormai “maturo” come quello dell'automobile che si trova in una condizione di forte e perdurante sovrapproduzione [5].

La FIAT mantiene gli stabilimenti in Italia soprattutto per poter continuare a spillare denaro pubblico (alla faccia delle marchionnate sulle “leggi del mercato”), ma dal punto di vista produttivo già oggi la maggior parte della produzione FIAT si realizza all'estero. Si paventa che la FIAT possa de-localizzare stabilimenti come Pomigliano o Mirafiori. Ma uno stabilimento come Mirafiori, che era arrivato a contare oltre 50.000 addetti e oggi ne ha solo poco più 4.000, non è già stato di fatto de-localizzato? Dopo la drastica riduzione dei posti di lavoro che si è avuta negli anni [6], la de-industrializzazione della FIAT in Italia non è già ora quasi completa, almeno dal punto di vista dei lavoratori?

Il fatto è che il presente e, ancor più, il futuro della produzione di auto (e in larga misura anche della loro commercializzazione) non è nei paesi “capitalisticamente avanzati”, ma in altri paesi dove i costi di produzione sono molto più bassi. Se gli Stati non avessero pompato ingenti quantità di denaro pubblico nelle grandi imprese automobilistiche [7] molte di queste avrebbero già abbandonato completamente il paese di origine e alcune, probabilmente, sarebbero già da tempo scomparse (fallite o acquisite).

Le de-localizzazioni sono una costante del modo di produzione capitalistico. Nessuno può impedirle a lungo, tanto meno con chiacchiere nazionalistiche sull'italianità o altre amenità reazionarie del genere; del resto, proprio nel settore dell'automobile, nel secondo dopoguerra, l'Europa fu destinazione della de-localizzazione di produzioni automobilistiche americane [8], così come lo sono stati successivamente il Brasile, il Sudafrica, la Corea del Sud, la Cina; e come si fa ad appellarsi alla “nazionalità” quando si è beneficiato massicciamente delle de-localizzazioni e delle emigrazioni?

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I lavoratori, non avendo strumenti seri per opporsi, sono costretti a subire i ricatti padronali, sia che si tratti di approvare certi accordi, sia che si tratti di abbandonare certe tessere sindacali. Non c'è da scandalizzarsi, ma semmai da prendere atto che il “modello Marchionne” non riesce ad essere impattato nella “quotidianità della fabbrica”. Del resto, sia detto a mo' di semplice constatazione oggettiva, decenni di repressione e discriminazione politica e sindacale delle avanguardie hanno via via selezionato una classe operaia complessivamente sempre più rassegnata.

Ai lavoratori che resistono e combattono va la nostra più grande ammirazione e il nostro più deciso sostegno, ma è sempre più tempo di comprendere che non è il semplice terreno sindacale quello su cui impegnare le proprie migliori energie e che c'è bisogno di un passaggio qualitativo; perché se è vero che, aldilà del malcontento che aumenta, gli spazi di lotta rivendicativa tendono a chiudersi, è altrettanto vero che possiamo e dobbiamo aprire una partita molto più grande ed ambiziosa.

Note

[1] Grazie al regolamento del 1993 per le elezioni delle RSU che rappresenta il manuale della negazione della “democrazia” nei luoghi di lavoro.

[2] Nel 1995 si tenne un referendum per l'abolizione delle clausole dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che permettevano solo alle organizzazioni sindacali “maggiormente rappresentative” sul piano associativo e alle organizzazioni firmatarie di contratto nazionale/territoriale di lavoro la possibilità di formare rappresentanze aziendali. PRC e CGIL (nonché la stessa FIOM) decisero di sostenere un secondo referendum - meno “democratico” in quanto prevedeva solo un'abrogazione parziale - la “maggiore rappresentatività - e passò, a differenza del primo che invece non passò per 13.000 voti, ciò che produsse la situazione che, senza firmare accordi, non sarebbe mai stato possibile accedere alla rappresentanza aziendale, proprio come accade oggi alla FIOM in FIAT. Ed infatti, alcuni sindacati di base cominciarono a firmare gli accordi - che a chiacchiere definivano vergognosi - pur di accedere alla spartizione dei permessi, dei distacchi e delle sedi sindacali aziendali. La FIOM invece ha deciso, almeno per il momento, di restare fuori dalle rappresentanze sindacali in azienda pur di non dover firmare accordi inaccettabili. A dimostrazione che spesso il sindacalismo di base può essere anche peggio di quello confederale.

[3] Perché di sconfitta si tratta, dal momento che nulla di ciò che la FIOM propone si sta attuando, la FIOM è espulsa dalle rappresentanze di fabbrica, i suoi iscritti vengono tenuti fuori dalla fabbrica oppure passano in massa a FIM e UILM...

[4] Sebbene oggi in FIAT resista un drappello sindacale di classe, discriminato e ghettizzato anche grazie all'indifferenza della FIOM la quale non è sembrata avere nulla di “democratico” da ridire sulla deportazione di centinaia di lavoratori scomodi da Pomigliano al “reparto confino” di Nola.

[5] Lo stesso Marchionne qualche anno fa parlò di 90 milioni di auto prodotte nel mondo a fronte di 60 milioni vendute.

[6] Prendiamo come esempio l'Alfa Romeo, uno dei marchi FIAT: “Alla vigilia della privatizzazione l’Alfa Romeo aveva “circa 30.000 di-pendenti (qualche migliaio a Milano Portello, 8.000 a Pomigliano d’Ar-co e 19.000 ad Arese”. Vediamo l’effetto dell’italica FIAT: il Portello è chiuso. Arese è sostanzialmente chiusa anche se ci sono diverse centinaia di lavoratori “in esaurimento” ed è in atto una gigantesca speculazione immobiliare sulle aree realizzata anche attraverso i soldi che la FIAT ha preso per la realizzazione di produzioni che non ha mai realizzato. Adesso si minaccia di chiudere anche Pomigliano. Circa 30.000 dipendenti spolverati in 20 anni e il tutto ricevendo una quantità spropositata di denaro pubblico sotto le più diverse forme. Evviva l’italianità !!”, in Vafammocca alla FIAT e a chillu sfaccimm’e Marchionne. Considerazioni sulla proposta del democratico e illuminato Amministratore Delegato della FIAT, Sergio Marchionne, agli operai fannulloni della FIAT di Pomigliano d’Arco. Ovvero, come funziona la democrazia del padrone, Primomaggio, http://xoomer.virgilio.it/pmweb.

[7] A dimostrazione che non solo le banche vengono salvate dagli Stati.

[8] Cfr Beverly J. Silver, Forze del lavoro, Bruno Mondandori.


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