NOTIZIE SLAI COBAS

Rassegna stampa: fusione banche Unicredit e Capitalia

Vi invio, in forma molto grezza, alcuni articoli sulla fusione UNICREDIT - CAPITALIA (il CORRIERE ha toni molto trionfalistici).

20/5/2007

Nasce Unicredit-Capitalia Il giorno della maxi-fusione

Bini Smaghi: la spinta viene dall'euro L'Italia vince se lascia fare al mercato

Mps, Unipol e Mediolanum Ultimo giro per le «single»

(I numeri)

E De Mattia promosse l'italianità ritrovata «Così leader anche sui mercati internazionali»

21/5/2007

Una banca europea da cento miliardi

CONCORRENZA ALLA PROVA

Sì dei consigli, nasce Unicredit-Capitalia

Intesa a Bankitalia: si preservino gli equilibri

Profumo: ora sarà più difficile scalarci La fusione aiuterà il capitalismo italiano

Geronzi: «Macché politica Oggi vincono gli azionisti»

(Le partecipazioni)

22/5/2007

«Superbanca nel segno d'Europa Non si ferma la crescita all'estero»

 

 

20/5/2007

CORRIERE   Sergio Bocconi

Nasce Unicredit-Capitalia Il giorno della maxi-fusione

Oggi i consigli per il via libera al gruppo da 100 miliardi Sarà leader dell'area della moneta unica, 9 mila sportelli

MILANO — Oggi nasce la più grande banca italiana, con circa 100 miliardi di capitalizzazione la seconda europea e la prima dell'area euro. Il cartellone della giornata è, come sempre in queste occasioni, molto pieno. Alle 11 si terrà a Milano il consiglio di Unicredito, e più o meno alla stessa ora comincerà il patto di Capitalia, al termine del quale si riunirà il board. L'ordine del giorno comune sarà ovviamente il piano di fusione, che prevede un'offerta pubblica di scambio a un valore che dovrebbe essere pari a 1,12 azioni della banca milanese per una di quella romana.
Il menù del giorno di Capitalia però «coopterà» anche quello previsto per le riunioni già in programma in via ordinaria per domani, che vengono cancellate: cioè si parlerà di governance e dell'assemblea straordinaria per accogliere le modifiche statutarie. Il primo tema, che ha visto per alcuni mesi rinnovarsi lo scontro al vertice della banca romana, oggi appare tuttavia superato sotto un doppio profilo: con la fusione tutto il quadro verrà a cambiare. E poi è probabile che proprio oggi l'amministratore delegato Matteo Arpe dia le dimissioni in consiglio. Nei giorni scorsi ha meditato se compiere prima questo passo, ma alla fine ha deciso di lasciare nell'occasione in cui ufficialmente viene dato il via libera al «matrimonio». Per lui, ha detto, il progetto è finito.
Il programma delle decisioni e degli annunci non si conclude comunque con i consigli. Nel pomeriggio (probabilmente alle 18 o più tardi) i protagonisti della fusione, l'amministratore delegato di Unicredito Alessandro Profumo (probabilmente con il presidente Dieter Rampl) e il presidente di Capitalia Cesare Geronzi illustreranno il piano alla stampa. E domattina a Milano faranno il bis, questa volta con gli analisti finanziari alle 9 del mattino. Anche a dimostrazione ulteriore di quale accelerazione abbiano registrato negli ultimi giorni i lavori per il «matrimonio», la «location» disponibile è un po' inconsueta: la Fiera di Milano. La nuova superbanca, che partirà il primo ottobre, avrà sede legale a Roma e direzione operativa a Milano. Forse per questo il sindaco della Capitale Walter Veltroni ha sì definito la fusione «strategica per il paese», però ha aggiunto che «Roma rischia di perdere un interlocutore diretto, non dico di trasferire qui la holding, ma ci vuole una presenza importante». Il gruppo avrà una rete di oltre 9 mila sportelli di cui 5 mila in Italia. La quota di mercato in Italia sarà di circa il 16%. Sotto il profilo organizzativo verrà adottato il modello divisionale con tre banche retail con responsabilità regionali: Unicredit banca per il Nord fino all'Emilia Romagna, Banca di Roma dalla Toscana alla Calabria, Banco di Sicilia nell'isola. Il «corporate» sarà conferito a Unicredit che gestirà attraverso Banca d'Impresa. Nel piano di fusione sono previste sinergie in tre anni per 1,2 miliardi, delle quali 800 milioni da risparmi e 400 da crescita dei ricavi. Per quanto riguarda infine la governance, si è scelto di mantenere il modello tradizionale (come in occasione di Unicredito-Hvb): Profumo sarà amministratore delegato, Rampl presidente e Cesare Geronzi sarà vicepresidente vicario con la responsabilità sulle partecipazioni strategiche (Mediobanca, Generali, Rcs, Pirelli, Gemina). E' probabile che Geronzi diventi presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca una volta che l'istituto milanese abbia adottato la governance dualistica. In questo caso secondo alcune voci sarebbe previsto in Unicredit l'avvicendamento con Berardino Libonati, oggi presidente di Banca di Roma.

 

 

20/5/2007

CORRIERE   Federico Fubini

IL BANCHIERE CENTRALE

Bini Smaghi: la spinta viene dall'euro L'Italia vince se lascia fare al mercato

«Le aggregazioni? Ha pesato anche il pressing delle banche americane»

Magari lo farà a macchia di leopardo, ma l'Italia delle imprese sta ritrovando il suo ruolo continentale. Visto da Francoforte, dove siede nell' esecutivo della Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi trova che questo risveglio riveli le contraddizioni del Paese ancora meglio del torpore di qualche anno fa. Perché il dinamismo - nota - si afferma solo dove lo Stato fa un passo indietro e lascia che il mercato cresca i suoi talenti. Fallisce invece regolarmente dove la politica s'immischia e le regole del gioco restano confuse, mentre tutt'intorno il capitalismo europeo cambia pelle.
Si stanno formando in fretta soggetti paneuropei come Unicredit e per Abn Amro, la banca olandese, è in corso battaglia fra colossi di cinque Paesi. Ormai con il suo boom di megafusioni l'Europa supera l'America. Perché proprio ora?
«E' una coincidenza di vari fattori. Dopo lo scoppio della bolla tecnologica e l'11 settembre, le banche hanno dovuto concentrarsi sul risanamento e le ristrutturazioni. Negli ultimi due anni l'economia europea ha ripreso a crescere, sostenuta anche dai bassi tassi d'interesse, e ciò ha contribuito a migliorare le capacità di fare acquisizioni. Di colpo, le barriere protezionistiche all'interno dell'Europa si sono rivelate più deboli di quanto molti credevano, anche in seguito ad alcuni casi ben noti. Si è aperta la strada alle spinte del mercato unico. Ma anche il timore dell'entrata di grossi operatori americani ha incoraggiato le banche europee a muoversi».
L'effetto dell'euro c'entra qualcosa?
«E' il fattore che si sovrappone a tutti gli altri. Oltre a favorire l'integrazione dei mercati, ha creato un livellamento tra gli operatori. Dubito, ad esempio, che con la lira le banche italiane avrebbero avuto le stesse opportunità di crescita delle banche di Paesi a moneta tradizionalmente forte».
Per arrivarci ci sono voluti quasi dieci anni di moneta unica. Eurolandia tra altri dieci sarà una cosa ancora molto diversa, più simile in questo agli Stati Uniti?
«Non c'è dubbio che tra dieci anni l'Europa sarà ben diversa. La più grande banca americana rappresenta circa il 10% del mercato, mentre da noi le prime banche sono ancora lontane da quelle dimensioni. Non è detto che si debba raggiungere gli stessi livelli di concentrazione, ma la dimensione è quella. Le concentrazioni sono necessarie per sfruttare le economie di scala e aumentare la produttività. Ed è proprio la produttività nei servizi il punto debole dell'economia europea rispetto a quella statunitense. Dobbiamo sfruttare ancora molti benefici potenziali del mercato unico. Quel che avviene nella finanza è l'inizio di quel che dovrebbe accadere in molti altri settori».
A questo punto non sarebbe meglio pensare a un'Authority unica europea?
«Intanto continuiamo a rafforzare il coordinamento fra regolatori dei vari Paesi. Si sono fatti progressi ma molto resta da fare, soprattutto per interpretare in modo uniforme le direttive europee. Le differenze regolamentari impediscono di sfruttare in pieno le economie di scala, aumentano i costi per le banche e ostacolano le aggregazioni. C'è poi da rafforzare lo scambio di informazioni fra autorità nazionali di vigilanza per assicurare una prevenzione adeguata delle crisi».
Prima la foresta pietrificata, quindi il fazismo: l'Italia arrancava. Poi in due anni ha prodotto due fra le principali banche europee, fra cui la più grande dell'area-euro per valore di Borsa. Come se lo spiega?
«Quanto è avvenuto in questi mesi dimostra che quando, anche in settori considerati strategici o d'interesse nazionale, lo Stato fa un passo indietro e lascia operare le forze di mercato, l'Italia riesce a esprimere capacità imprenditoriali e manageriali che nulla hanno da invidiare all'estero. Ciò dovrebbe far riflettere per quanto avviene in altri settori nei quali lo Stato interviene o vuole intervenire, spesso per rimediare problemi creati dalla sua stessa presenza e ingerenza. Secondo le classifiche Ocse l'Italia è fra i paesi dove c'è più ingerenza dello Stato nel funzionamento dell' economia, mentre sono deboli le strutture pubbliche - in particolare le authority - e la legislazione. Ossia, i fattori che devono assicurare un corretto funzionamento del mercato. Tutti ritardi che alla fine si pagano in punti in meno di crescita del pil rispetto ai nostri concorrenti».
L'Italia riesce a creare campioni europei nel credito o nell'auto, mentre per esempio nei trasporti o nelle Tlc siamo ben lontani. Perché questa doppia velocità? Colpa di manager inadeguati?
«Il problema non sono tanto i manager, quanto chi li nomina. Nel settore privato, quando ci sono regole corrette di corporate governance, chi nomina manager poco capaci viene punito con un calo del prezzo delle azioni: è un bell'incentivo a scegliere manager bravi, e a cacciare gli incapaci prima possibile. Nel settore pubblico, oppure quando non c'è un sistema adeguato di corporate governance, non sempre i manager incapaci vengono sostituti. E quando lo sono magari vengono lautamente "indennizzati". Ciò avviene perché chi nomina manager incapaci nel settore pubblico non viene penalizzato, né peraltro premiato se sceglie manager bravi».
Sì, ma quando ne vedrà i benefici anche il consumatore? A credere alla relazione del governatore Mario Draghi al Forex non è ancora successo.
«Attenzione. Se vogliamo che i consumatori siano i veri beneficiari dell'integrazione finanziaria, come dovrebbe essere in un'economia di mercato, non vanno confuse le responsabilità. Le banche devono perseguire l'efficienza per massimizzare il valore dell'investimento, in particolare quello degli azionisti. Sta alle autorità responsabili per la concorrenza e la vigilanza, a livello nazionale e europeo, assicurare che ci siano condizioni di mercato che spingono effettivamente le banche competere sulla qualità e sul prezzo».
Intesa e Unicredit rischiano di essere troppo grandi per l'Italia? In fondo banche britanniche come HSBC o Barclays, sono comparabili per taglia ma più globali. Non hanno attività concentrate in gran parte in un solo Paese.
«Sta all'Antitrust stabilire se una o l'altra banca è troppo grande per un Paese, e se ci sono pericoli per la concorrenza. Ai fini della stabilità certo è preferibile una diversificazione dei rischi, settoriale e geografica. Ma non è necessario essere in tutti i paesi per investirvi. Con lo sviluppo dei mercati, in particolare dei derivati, anche le banche locali possono diversificare in parte il rischio, se sanno valutarlo e gestirlo. L'America dimostra che c'è spazio anche per le banche più piccole: se sono efficienti, possono convivere con le più grandi. In ogni caso, presumo che le operazioni recenti di accorpamento non segnino necessariamente la fine della storia per questi gruppi».

 

Lorenzo Bini Smaghi è membro del Comitato esecutivo della Bce. Nato a Firenze 50 anni fa, ha frequentato l'Università di Lovanio e conseguito titoli accademici in California e a Chicago. Nel 1983 è entrato in Banca d'Italia, dove è stato capo della divisione per i cambi e il commercio internazionale e dove è rimasto al servizio studi fino al 1994.
In quell'anno è approdato al Fondo monetario internazionale, per trasferirsi successivamente all'Istituto monetario europeo di Francoforte, embrione della Banca centrale europea.
Bini Smaghi è ritornato in Italia nel 1998, chiamato dal ministro del Tesoro dell'epoca, Carlo Azeglio Ciampi, e dall'ex direttore generale Mario Draghi, come direttore dei rapporti internazionali del Tesoro. Due anni più tardi è stato nominato nel consiglio di amministrazione della Banca europea per gli investimenti. E' stato presidente della Sace.

 

20/5/2007

CORRIERE   Federico De Rosa

Mps, Unipol e Mediolanum Ultimo giro per le «single»

Siena, prima più sportelli poi l'alleanza

MILANO — Due grandi banche europee: Intesa Sanpaolo e Unicredit Capitalia. Due grandi popolari: Bpvn-Bpi e Bpm-Bper. Il tutto in meno di un anno. Il risiko potrebbe anche fermarsi qui. A dirlo, tra dieci giorni, sarà Mario Draghi. Un anno fa il governatore della Banca d'Italia aveva indicato la strada da seguire, adesso è arrivato il momento di capire dalle sue parole se i giochi sono finiti o destinati a proseguire.
Le caselle sulla scacchiera del credito non sono ancora piene. E, sistemati i primi quattro istituti di credito, adesso potrebbe essere il Montepaschi a muovere. L'istituto era finito nel mirino di Intesa e sembrava a un passo dal matrimonio con il Sanpaolo. Anche Capitalia aveva studiato il dossier. Poi le cose sono andate come sono andate e sul tavolo di Giuseppe Mussari adesso non resta molto per tentare il grande salto. Agganciare la vetta ormai è impossibile: servirebbero almeno 50-60 miliardi di capitalizzazione in più. E a meno che non rispunti fuori qualche vecchio dossier, l'unica possibilità è guardare fuori dai confini. Intesa Sanpaolo, tuttavia, sembra esercitare ancora un certo fascino.
A Siena, tra banca e Fondazione, è custodito oltre l'1% di Ca' de Sass. La fusione Hopa-Mittel era stata letta da molti osservatori come una manovra di avvicinamento di Mps all'orbita di Giovanni Bazoli. Ma il progetto è fallito. E Mussari ora si è schierato accanto all'istituto milanese per sostenere Airone nell'offerta per Alitalia. A guidare le danze, tuttavia, è la Fondazione che ha in mano la maggioranza della banca. Il presidente Gabriello Mancini ha dato mandato a Jp Morgan di studiare possibili soluzioni. A detta di qualcuno sarebbe più un modo per far vedere che il Monte non sta fermo, che non una reale scelta strategica. Si vedrà. Di certo c'è che per il momento il primo obiettivo resta l'acquisizione di nuovi sportelli.
Da qualche tempo sono ripresi a circolare anche rumors su un ritorno di fiamma con il Bbva. A cui si sono aggiunte voci di interesse del Santander. Il presidente del Bilbao, Francisco Gonzales conosce Mussari dai tempi in cui l'avvocato calabrese era alla guida delle Fondazione. E subito dopo il passaggio al vertice della banca, tra i due ci sarebbero stati contatti. Alla fine dell'anno scorso il presidente di Mps era anche volato a Madrid. Sullo scacchiere del credito, però, c'erano ancora libere le caselle Capitalia e Banca Popolare Italiana, e sembra che fossero questi i dossier ritenuti più interessanti. Insieme a quello relativo a Unipol, di cui Siena è stata a lungo alleata. Fallita la scalata a Bnl, il matrimonio tra i due baluardi della finanza rossa sembrava quasi scontato.
Ma il feeling tra Siena è Bologna si è rotto. A detta di diversi osservatori, tuttavia, la nascita del Partito Democratico potrebbe riaprire i giochi. A Bologna qualcosa in tal senso starebbe già accadendo. Via Stalingrado, controllata dalla Legacoop che nei Ds ha un importante punto di riferimento, avrebbe iniziato a parlare di un'alleanza con le Banche di Credito Cooperativo, vicine alle Confcoop di area cattolica, leggi Partito Popolare. E i primi colloqui si sarebbero svolti proprio parallelamente ai binari dell'alleanza politica tra i partiti di riferimento dei due colossi cooperativi. Sul mercato, tuttavia, oltre a Mps e Unipol anche Mediolanum sarebbe tenuta sotto osservazione. Ennio Doris ha detto di voler rafforzare il legame con Mediobanca, di cui è socio nel patto di sindacato e partner in Banca Esperia. E ha prenotato un pacchetto di titoli tra quelli che UniCredit e Capitalia dovranno dismettere dopo la fusione. Ma l'interesse per Piazzetta Cuccia più di una volta ha portato gli operatori a ipotizzare anche qualche manovra con le Generali. In questi giorni le voci sono tornate a circolare. E l'amministratore delegato della banca milanese non ha chiuso la porta: «Adesso non c'è assolutamente niente», ha precisato venerdì. Aggiungendo però che «in futuro si vedrà».


20/5/2007

CORRIERE

(I numeri)

20/5/2007

CORRIERE   Stefania Tamburello

L'EX BRACCIO DESTRO DI FAZIO

E De Mattia promosse l'italianità ritrovata «Così leader anche sui mercati internazionali»

ROMA — «È un'operazione positiva da tutti i punti di vista: da un lato nasce un polo bancario forte in Italia ma anche in campo internazionale.
Dall'altro si realizza un'aggregazione che presenta limitate sovrapposizioni». Per Angelo De Mattia ( nella foto) Unicredit e Capitalia rappresentano un binomio quasi perfetto. Da oltre sei mesi De Mattia è in pensione dalla Banca d'Italia dove è stato il più stretto collaboratore dell'ex governatore Antonio Fazio, al suo fianco anche nella tempesta scatenatasi per la conquista dell'Antonveneta da parte degli olandesi di Abn Amro e della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani. E ora, diventato commentatore dell'Unità, si sente più un opinionista di cose economiche che un addetto ai lavori. Anche se evita di tirare in ballo nei suoi ragionamenti la Banca d'Italia, che continua a chiamare «la sua casa». Dell'italianità delle aggregazioni, la cui difesa era stata motivo di forti polemiche per Fazio, invece De Mattia ne parla volentieri. Ma per fornire una definizione meno «dilatata» di quella attribuita all'allora inquilino di Palazzo Koch. «Si è talmente stressato il tono del dibattito che i maggiori nemici dell'italianità sono poi diventati senza colpo ferire strenui difensori dell'olandesità, quando l'Abn Amro si è trovato a sua volta ad essere la preda di una scalata straniera». Non c'è nulla di dirigistico, secondo De Mattia, nella scelta di un'alleanza italiana. Si tratta, sostiene, di «selezionare tra le operazioni possibili sul mercato quella che è in grado di dare il maggiore contributo allo sviluppo dell'economia del paese». Senza peraltro «rinunciare alle finalità immediate e insostituibili proprie del banchiere».
De Mattia dice di concordare col concetto di «capitalismo temperato» analizzato da Giovanni Bazoli, promuove a pieni voti anche l'avvenuta unione tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi, e si sofferma «sull'indovinato connubio» non solo tra Unicredit e Capitalia ma anche tra i rispettivi manager. «Alessandro Profumo e Cesare Geronzi sono entrambi innovatori: hanno visioni, identità e passato diversi ma che si integrano perfettamente», dice aggiungendo che il nuovo gruppo risponderà bene anche all'altra esigenza di rafforzare la presenza bancaria nel centro-sud.
«Resteranno i marchi della Banca di Roma, del Banco di Sicilia e del Mcc ed avranno alle spalle la forza di un gruppo di dimensioni internazionali».
Quanto alla politica è «una stupidaggine» pensare che possa determinare le grandi fusioni. «A riguardo, si dice tutto e il contrario di tutto: per Intesa-Sanpaolo ad esempio si è detto che fosse un'operazione prodiana in funzione antidalemiana, ma poi è bastato che Massimo D'Alema facesse visita a Bazoli per un caffè per sostenere l'esatto contrario, il cambiamento dell'assetto politico e finanziario». La verità è che «una fusione tra banche è innanzitutto regolata da procedure e controlli che rappresentano i veri vincoli. La valutazione economica e politica è in secondo piano».


21/5/2007

CORRIERE   1^ pagina

Sì alla fusione Unicredit-Capitalia. Il premier: «Al Paese servono grandi istituti»

Una banca europea da cento miliardi

Profumo: «Roma è la città eterna, non è però la fine della nostra strada» Per Geronzi «operazione voluta da sempre»: non è un accordo per il potere

La nuova superbanca da 100 miliardi è nata ieri dalla fusione tra Unicredit e Capitalia.
Il nome. Si chiamerà «Unicredit Group», sarà la prima banca in Italia e la seconda in Europa.
La rete. Potrà contare su oltre novemila sportelli, di cui circa cinquemila in Italia.
I vertici. Rampl ( a sinistra) sarà il presidente, Geronzi ( al centro) il vicepresidente vicario, Profumo ( a destra) l'amministratore delegato.

 

 

21/5/2007

CORRIERE   DARIO DI VICO

CONCORRENZA ALLA PROVA

Con il varo di Unicredit- Capitalia si avvia al termine la lunga e accidentata stagione del risiko italiano. Vedremo nelle prossime settimane se l'offerta ufficializzata ieri da Alessandro Profumo reggerà davanti a possibili contromosse — come è accaduto di recente nel caso Abn — di concorrenti stranieri o italiani. Solo allora avremo la prova provata che il prezzo proposto agli azionisti di Capitalia è il migliore possibile e che si tratta quindi di un'operazione di mercato. In ogni caso, appena un anno fa la prima banca italiana occupava sì e no la decima posizione delle graduatorie continentali, oggi ne troviamo ben due tra le prime e una di esse può vantare un terzo degli attivi fuori dei confini nazionali. Il processo di consolidamento è durato almeno 15 anni e ci ha tenuto tutti con il fiato sospeso. Si sono avuti nel frattempo avvicendamenti a palazzo Koch, si sono alternati al potere governi tecnici e coalizioni di opposto segno politico, c'è stato l'avvento della moneta comune ed è avanzata l'unificazione dei mercati finanziari europei e, soprattutto, è stato implementato un quadro normativo e regolatorio di standard internazionale. In molti temevano la colonizzazione del sistema bancario italiano e la proiettavano a metafora di una più ampia retrocessione del Paese, ora non solo ci troviamo al top con Intesa Sanpaolo e Unicredit-Capitalia ma entrambi i poli aspirano a crescere ulteriormente in Europa. È un'ottima notizia per il sistema Italia, di valore pari se non superiore allo spettacolare turnaround
della Fiat. Nell'uno e nell'altro caso si era dato per scontato il peggio e invece il sistema ha dimostrato grande vitalità, gli attori hanno dato prova di sicura razionalità e il processo di rafforzamento dei maggiori marchi nazionali è avvenuto grazie all'affermarsi di una moderna cultura industriale orientata all'efficienza e alla competizione. In itinere è emersa una nuova classe dirigente di caratura internazionale che ha già contribuito al rinnovamento delle élite italiane e promette ancor di più.
Se non ci fossero stati gli equivoci e le contraddizioni dell'era Fazio tutto si sarebbe potuto svolgere prima e meglio (le Opa bloccate del '99), si sarebbe evitata la costruzione di improbabili cordate nazionali, la magistratura non sarebbe stata costretta a invadere il campo e la politica avrebbe collezionato qualche figuraccia in meno. L'autarchia non si è dimostrata una ricetta vincente, anzi il valore del consolidamento delle banche italiane è ancor più apprezzabile perché avvenuto in parallelo con l'ingresso di nuovi soggetti stranieri. L'apertura dei mercati non equivale dunque al suicidio, bisognerebbe tenerlo a mente così come non andrebbe dimenticato che il settore bancario rappresenta un caso di successo del processo di privatizzazione iniziato negli anni 90.
Ricordare questi elementi, guardare la luna e non il solito dito, non è un invito al relax. Il risiko proseguirà a livello continentale e le due superbanche dovranno anche guardarsi le spalle. Se c'è stato un netto miglioramento della qualità dei servizi forniti alle imprese, il credito non è ancora riuscito ad esprimere il meglio nel rapporto con le famiglie.
In materia di tutela della concorrenza e rispetto dei consumatori c'è ancora molto da fare e al proposito sarà interessante ascoltare quanto dirà il governatore Draghi il prossimo 31 maggio.
La nuova Banca d'Italia ha il grande merito di aver rimosso gli ostacoli alla concentrazione delle proprietà, ora vedremo se insisterà nel richiedere comportamenti pro concorrenza più coerenti e la separazione tra banche e fondi di investimento.
Le nozze tra Unicredit e Capitalia non avviano a chiusura solo la stagione delle grandi aggregazioni nazionali, chiamano anche in causa il futuro di Mediobanca e Generali, il nocciolo duro del capitalismo italiano. L'istituto di piazzetta Cuccia negli ultimi tempi ha accentuato la discontinuità con il passato, si è mosso sul mercato senza contare sulle vecchie rendite di posizione e i risultati ne hanno premiato il coraggio. È auspicabile che questa traversata in mare aperto prosegua, fino a fare di Mediobanca una grande investment bank continentale stemperando via via l'originario carattere di cassaforte di partecipazioni incrociate. Quanto alle Generali, a Trieste si coltiva la giusta ambizione di crescere significativamente di taglia e diventare un big player del settore. Non resta che aspettare alla prova il suo gruppo dirigente. Da un assetto poliarchico e competitivo dell'alta finanza l'economia di un Paese aperto ha solo da guadagnare.

 

 

21/5/2007

CORRIERE   Stefania Tamburello

Sì dei consigli, nasce Unicredit-Capitalia

Votato il via libera alla fusione. Prodi: al Paese servono grandi istituti Prima in Italia, settima al mondo, 9.200 sportelli, conserverà tre marchi

ROMA — Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, confessa: l'aggregazione con Unicredit «è l'operazione che ho sempre voluto». E spiega di aver aspettato una «pausa» di Alessandro Profumo, amministratore delegato della banca, per insistere sul progetto di un'espansione comune. L'occasione attesa è arrivata, e ne è venuta fuori «una cosa più grande di quella immaginata: un gruppo straordinario». E' soddisfatto Geronzi, molto soddisfatto del «matrimonio». Profumo che gli siede al fianco nella conferenza stampa di presentazione della nuova banca, dopo il via libera dei rispettivi consigli di amministrazione, non gli è da meno. Lui il progetto di unione lo ha esaminato all'inizio senza troppa convinzione, ma poi è «è scattata la molla». Quella molla che «invece non è scattata» nelle trattative con la Société Générale. Ora alla vigilia dell'avvio delle procedure che porteranno tra luglio e agosto alle assemblee per varare entro la fine dell'anno la fusione per incorporazione di Capitalia in Unicredit, giudica positivamente l'unione. «Roma è la città eterna ma non è la fine della strada», rileva peraltro citando il presidente di Unicredit Dieter Rampl che gli siede sulla sinistra. E al quale viene affidato il compito di illustrare lo schema del nuovo gruppo. Che nasce, prima banca dell'Eurozona, seconda dell'Europa e settima del mondo, con 96,7 miliardi di capitalizzazione, 9.200 sportelli di cui 5 mila in Italia dove avrà una quota di mercato del 16% mentre oltre il 50% dei ricavi sarà generato sul mercato estero. I tre marchi di Capitalia, Banca di Roma, Banco di Sicilia e Mcc, saranno mantenuti. Per i 170 mila dipendenti potrebbero prospettarsi esuberi e riorganizzazione, che verranno attuati «col massimo della trasparenza e del consenso».
I due manager nella conferenza stampa dimostrano quel rapporto amichevole che, dicono, ha caratterizzato l'intera fase della trattativa. Geronzi fa cenno all'apprezzamento espresso sull'operazione dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa e dal governatore Mario Draghi. E anche dal premier Romano Prodi che ieri ha ribadito «l'importanza per lo sviluppo economico dell'Italia di due gruppi come Intesa- Sanpaolo e Unicredit-Capitalia». Che «Non sono mostri» risponde a chi glielo chiede. Al sindaco di Roma, Walter Veltroni, Geronzi invia una rassicurazione: «La capitale potrà contare su un gruppo con una potenza di fuoco cinque volte maggiore».
Il presidente del gruppo romano si sofferma quindi sui motivi del naufragio, quasi un anno fa, delle trattative con Banca Intesa: «Il no a quell'alleanza non mi appartiene » dice assumendosi al contrario la responsabilità dello stop dei successivi colloqui con Abn Amro. Geronzi avverte quindi che l'unione tra Capitalia e Unicredit «non è un'operazione di potere. E' esattamente il contrario». Tanto che annuncia la consegna «già nel corso di questo mese» dei titoli Generali detenuti da Capitalia a servizio di un prestito convertibile. Mentre Unicredit farà altrettanto nel 2008 a scadenza dell'obbligazione. Per quel che riguarda Mediobanca, osserva ancora Geronzi, «scenderemo sotto il 10%». Quanto ancora a Generali il presidente di Capitalia, che si dice d'accordo col presidente Bernheim sulla difesa dell'italianità della compagnia, sostiene che «in questo momento non è oggetto di aggressione» e che anzi «è tempo che cominci a crescere» La nuova aggregazione, il cui primo azionista col 3,9 sarà Cariverona, si chiamerà Unicredit Group ed avrà il suo quartiere generale in Piazza Cordusio a Milano. La sede legale invece sarà trasferita da Genova a Roma. Profumo resterà amministratore delegato del gruppo mentre Cesare Geronzi diventerà vicepresidente vicario con la delega sulle partecipazioni (Mediobanca, Generali, Rcs, Pirelli) perlomeno se e fino a quando non sarà nominato ad altro incarico. Al vertice di Mediobanca? Geronzi glissa ma in ogni caso per lui in Unicredit è già pronto un sostituto, Berardino Libonati. Fuori dai giochi è l'amministratore delegato di Capitalia Matteo Arpe, le cui dimissioni scatteranno dal 31 maggio («Ho fatto un passo indietro per il bene della banca» ha scritto nella lettera di dimissioni) mentre è stata già decisa la nuova governance che porterà 4 componenti del consiglio di Capitalia nel Consiglio di Unicredit Group (Geronzi, Salvatore Ligresti, Donato Fontanesi e Salvatore Mancuso). Il rapporto di concambio in vista della fusione è stato fissato a 1,12 titoli Unicredit per ogni azione Capitalia. La valorizzazione implicita dell'istituto capitolino è di circa 8,4 euro ad azione contro i 7,97 dell'ultima chiusura a Piazza Affari.

 

21/5/2007

CORRIERE   Sergio Bocconi

CREDITO E ASSETTI

Intesa a Bankitalia: si preservino gli equilibri

Da Generali a Borsa Italiana, i dossier comuni dei due grandi gruppi

MILANO — La nuova superbanca ridurrà entro quest'anno la quota in Piazzetta Cuccia al 9,39%; Capitalia uscirà da Generali entro un mese e Unicredit entro il 2008, in entrambi i casi convertendo i bond emessi per favorire il disinvestimento dal Leone. Sono due «postille» della fusione deliberata ieri che riguardano da vicino gli equilibri generali del sistema finanziario italiano.
Equilibri sui quali, da quando le nozze fra Milano e Roma sono diventate da voci ad ammissioni, ha ragionato in particolare Intesa Sanpaolo. Portando le proprie riflessioni anche al Governatore Mario Draghi.
La banca presieduta da Giovanni Bazoli è del resto non solo il principale concorrente del nuovo supergruppo del credito. È direttamente interessata alla lunga filiera che va da Unicredit a Generali attraverso Mediobanca perché il Leone è uno dei suoi principali azionisti con circa il 5% ed è anche un importante partner nella bancassurance; a sua volta Intesa-Sanpaolo è socio della compagnia triestina con oltre il 3% (compresa la quota della Fondazione Cariplo), partecipazione alla quale è affiancabile il 2,2% del «vicino» Romain Zaleski. A questi motivi di riflessione diretti per gli eventuali cambiamenti conseguenti al matrimonio fra Unicredit e Capitalia se ne possono poi aggiungere alcuni «indiretti», cioè le partecipazioni che i due supergruppi avranno in comune, come in Rcs (che pubblica il «CORRIERE della Sera»), in Telco-Telecom (attraverso Mediobanca-Generali) o in istituzioni come Borsa Italiana e Bankitalia.
Equilibri generali così delicati potevano in teoria essere messi in discussione dall'operazione di Alessandro Profumo e Cesare Geronzi. Sebbene il patto di Mediobanca già non ammetta eventualità come la somma delle partecipazioni di Unicredit e Capitalia in caso di fusione, il mandato irrevocabile che Profumo ha affidato alla stessa Piazzetta Cuccia a collocare la quota eccedente il 9,39% rappresenta un'assicurazione contro «terremoti». Anzi, è una polizza di maggiore autonomia per la stessa Mediobanca perché si attenuano potenziali conflitti d'interessi. Così come gli impegni delle banche a uscire dal Leone. È chiaro però che sul primo punto qualche riflessione sugli equilibri da preservare può aver riguardato i soggetti che potrebbero essere interessati alla sistemazione della quota. Il collocamento avverrà all'interno del patto di sindacato «anche a favore di nuovi investitori» non in conflitto d'interessi. In passato, in relazione a possibili riassetti dell'accordo parasociale di Mediobanca, si è parlato di fondazioni o banche popolari. Ma oggi i ragionamenti sugli equilibri possono aver portato a non ritenere auspicabile che fra questi enti possano esserci per esempio le fondazioni azioniste di Unicredit.
È probabile però che il primo a riflettere in tal senso sia stato proprio Profumo.

 

21/5/2007

CORRIERE   Dario Di Vico

L'AMMINISTRATORE DELEGATO

Profumo: ora sarà più difficile scalarci La fusione aiuterà il capitalismo italiano

ROMA — «Non siamo davanti a un caso nel quale la politica ha scacciato il mercato. È successo esattamente il contrario. L'operazione che abbiamo presentato permette di allargare il perimetro della cultura di mercato in Italia. E posso sperare che determini anche importanti cambiamenti nel capitalismo italiano. Si tratta solo di aspettare e vedere». Alessandro Profumo è in maniche di camicia nella sede romana dell'Unicredit, sta volgendo al termine per lui una lunghissima giornata che prevede il rientro a Milano.
Quanto ha contato la politica nel rendere possibile l'aggregazione con Capitalia? C'è stato o no l'asse trasversale D'Alema-Marini-Palenzona di cui hanno parlato i giornali?
«La politica non ha contato proprio nulla. Tutta Capitalia si è mossa in una logica di mercato e quanto a Palenzona, può parlare con un sacco di gente ma l'operazione l'ho portata io in consiglio e l'ho sostenuta perché buona dal punto di vista finanziario. Palenzona era totalmente aperto alle due ipotesi, Capitalia o SocGen, e non si sarebbe scandalizzato di un'operazione con i francesi».
Ciò non toglie che, secondo alcuni, sarà facile per il Partito democratico chiedere e ottenere un mutuo da Unicredit...
«I mutui li decidono la struttura ed io. Li diamo a chi ci rimborsa i quattrini».
Ma il presidente del Consiglio qualcosa avrà contato?
«Pensi che glielo abbiamo detto solo dopo che avevamo già deciso».
Un certo peso però l'ha avuto la Banca d'Italia. Il governatore Draghi ha esercitato una sorta di moral suasion nei vostri confronti?
«Certamente il governatore ha una percezione decisamente positiva di questa aggregazione. E nei mesi scorsi ha compiuto un atto decisivo, eliminare l'obbligo di informazione anticipata. In questo modo ha ridato protagonismo al mercato e ha costretto le banche a darsi una mossa».
Ora i maligni dicono che lei dovrà imparare a giocare a rugby. Dovrà avere a che fare con un uomo del peso e dell'esperienza di Geronzi.
«Non ce ne sarà bisogno. Amo il basket. E con Geronzi c'è sempre stato un rapporto di stima. Siamo due persone intelligenti che conoscono bene gli elementi che li fanno diversi e per questo ci rispettiamo. Nel caso specifico abbiamo avuto un dialogo estremamente franco e leale con l'unico obiettivo di fare una scelta positiva per le nostre aziende. Sono convinto che ci siano la possibilità e la capacità di continuare a dialogare tra noi».
Lei pensa che si possa ancora estrarre valore da una Capitalia che quota 8 euro in Borsa?
«Penso che finanziariamente i nostri azionisti hanno fatto un affare. Già dal bilancio 2009 si potrà sentire il contributo di Capitalia alla crescita del nostro utile».
Ma non c'è il pericolo che qualcuno possa offrire di più con un rilancio e soffiarle Capitalia?
«Teoricamente sì, sarebbe la dimostrazione che sto facendo un affare. Però penso che sia difficile inserirsi in una combinazione domestica e amichevole».
Non teme che la nuova Uni-talia diventi a sua volta un boccone per la Citigroup di turno?
«Tutti possono diventare preda per questo bisogna gestire bene l'azienda. Ora per scalarci però ci vuole una montagna di soldi, diciamo 130 miliardi di euro e non è facilissimo. Ma è bene convivere con questa eventualità, è uno stimolo per i manager perché altrimenti vanno a casa».
Dicono che lei comunque avrebbe preferito un merger con la SocGen e che Capitalia sia stata solo la seconda scelta.
«Quello che abbiamo impostato è il miglior affare per la mia azienda, non solo sotto un profilo strettamente negoziale ma anche dal lato identitario. In un merger of equals con i francesi ci sarebbero stati elementi di complessità notevoli ed entrambi avremmo rischiato di perdere l'identità aziendale».
Quanto ha contato la fusione Intesa Sanpaolo nell'orientarvi verso Capitalia?
«Nel breve termine la nostra quota di mercato in Italia era più che confortevole ma quello delle banche è un mestiere nel quale la distribuzione conta tanto. E andando a regime l'integrazione tra le due banche non potevamo non fare attenzione alla quota di mercato che rappresentavano».
In questi giorni ha avuto modo di sentire il professor Bazoli?
«No, non gli ho parlato. A suo tempo gli feci i complimenti per l'operazione con il Sanpaolo».
Ma c'è il rischio ora che le due superbanche italiane vadano a costituire un duopolio almeno sul piano dei comportamenti?
«Insieme occupiamo il 36% del mercato, fuori c'è un abbondante 64% e quindi non ci sono rischi. Ma penso proprio che ci faremo la concorrenza, nel nostro settore è già ampiamente così e si continuerà su questa strada».
Nella comunità finanziaria si sostiene che ora se c'è un potere preponderante e asimmetrico è quello di Unicredit grazie alle partecipazioni "sensibili" in Mediobanca e Generali.
«Non è così. Cederemo una delle due quote in Mediobanca e ci sono regole del patto che prevedono i termini della cessione. Gli eventuali acquirenti devono essere accettati nel patto. Quindi nessun problema. In merito alle Generali Capitalia ha già smontato il suo prestito convertibile e il nostro scade nel 2008. Possiamo addirittura decidere di accelerare la conversione e di conseguenza l'azionista più significativo resta Mediobanca. A coloro che temono un potere asimmetrico però vorrei chiedere quante azioni Generali hanno i soggetti vicini a Banca Intesa».
Ma l'operazione Unicredit-Capitalia secondo lei non destabilizza l'alta finanza italiana aprendo nuovi conflitti con il sistema Intesa?
«Guardi, l'unica bussola è il business. È l'unico conflitto che amo. È uno strano Paese il nostro, gli esami non finiscono mai e nemmeno dopo anni di azioni coerenti si riesce ad acquisire una credibilità stabile».
Lei aveva sostenuto che le banche non dovevano occuparsi di editoria e ora Capitalia le porta in dote la quota in Rcs.
«Mi ritrovo una partecipazione in Rcs governata da un Patto che ha determinate scadenze. Fatemi arrivare a quella data e poi vedrete se sono in contraddizione o no».
Qualche giorno fa lei ha dato ragione al professor Monti a proposito dei rischi di eccesso di potere da parte delle banche.
«Monti è una persona che stimo moltissimo, devo confessare che il 99% delle volte esprime meglio di me ciò che mi capita di pensare. È vero, noi erogando credito gestiamo potere. Ma viviamo anche di legittimazione sociale e perderla equivale a distruggere valore per gli azionisti».
Qualche tempo fa lei osò accennare a una sorta di impopolarità dei banchieri...
«Con il credito gestiamo potere, abbiamo aziende fortemente profittevoli, siamo mediamente più giovani, ben pagati, in molti casi abbiamo rapporti con la politica... ci sta che non siamo particolarmente amati. E ci sta anche che io voglia capire perché e cosa fare, senza peraltro concedere niente al populismo. Ho la fierezza del mestiere che faccio, non lo rinnego. Però mi interrogo».
Hanno creato qualche polemica anche le sue dichiarazioni sulle banche che non devono programmaticamente occuparsi dello sviluppo...
«La nostra azienda deve generare valore per gli azionisti mentre il ruolo e gli indirizzi delle politiche economiche spettano alle istituzioni della politica, governo e Parlamento. Se il Paese cresce a tassi più elevati il valore della mia azienda è più elevato ma il mio obbligo è fornire servizi eccellenti all'economia del Paese e non percorrere delle scorciatoie».
Se Fazio non avesse bloccato la vostra Opa del '99 sulla Comit il risiko italiano sarebbe stato più veloce e redditizio.
«Con il senno di poi non mi è andata male. Se avessimo preso Comit forse non avremmo fatto il percorso di questi anni. È vero però che da un punto di vista di sistema si sono persi almeno 5-6 anni».

 

21/5/2007

CORRIERE   Federico De Rosa

Geronzi: «Macché politica Oggi vincono gli azionisti»

Il banchiere romano: «Un accordo per il potere? Ma se stiamo vendendo Abbiamo anche deciso di cedere le quote nel Leone e in Piazzetta Cuccia»

MILANO — «Chi la butta in politica sbaglia. Non è un'operazione di potere». La lunga giornata che ha sancito la nascita della più grande banca italiana è finita. Alle ventuno Cesare Geronzi è montato sull'aereo che lo ha portato a Milano, dove oggi ha appuntamento con gli analisti finanziari. Finalmente si rilassa il presidente di Capitalia. E parlando ai suoi più stretti collaboratori confessa che sentir parlare di potere e politica nell'operazione Unicredit- Capitalia non gli piace. L'unica logica dietro al matrimonio è quella del mercato, «una scelta di concorrenza» la definisce. «Abbiamo deciso di vendere è non è cosa di poco conto — spiega —. Come si fa a parlare di potere?». Certo, con una fetta consistente del capitale di Mediobanca e di Generali in mano alla nuova banca, difficile pensare che il matrimonio con Unicredit non rischi di cambiare gli equilibri. Tantopiù che qualcuno da Banca Intesa avrebbe già fatto presente al governatore Mario Draghi che ora servono maggiori garanzie per la stabilità del sistema. E' davvero così? «Abbiamo deciso di cedere la quota detenuta nel patto di sindacato di Mediobanca e le nostre azioni delle Generali» è il commento del banchiere romano mentre seduto all'Hotel Principe di Savoia dà un'ultima occhiata alle carte che domani illustrerà alla business community. «Ci devono spiegare dove sarebbe questo accrescimento del potere».
Anche la politica non c'entra con la fusione, aggiunge. L'operazione è stata illustrata al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, poi al sindaco di Roma Walter Veltroni «dal quale sono stato rimproverato perché della fusione l'ha saputo prima dai giornali». Eccolo il ruolo della politica. Mercato, è solo la logica del mercato che gli avrebbe fatto incontrare Alessandro Profumo, insiste. «Il feeling è stato costruito in tanto tempo» racconta ai suoi. Con l'amministratore delegato di Unicredit si è incontrato molte volte e «sempre per cose molti importanti». E' vero, «abbiamo fatto percorsi diversi, ma tra persone intelligenti ci si capisce». E il banchiere milanese, a detta di Geronzi, avrebbe capito in fretta che dopo la fusione tra Intesa e Sanpaolo le quote di mercato di Unicredit si stavano riducendo «e non poteva non tenerne conto». Ma anche Capitalia aveva capito qualcosa: «Dopo la fusione tra Bpu e Banca Lombarda, tra le popolari di Verona Novara e Lodi e ora Bpm e Bper, correvamo il rischio di dover rincorrere. Il mercato ti morde e devi reagire per tenere il passo». Insieme al Montepaschi, la banca capitolina era una delle due «zitelle» più ambite del risiko. E per qualche tempo si è parlato proprio di una possibile fusione con Siena. «Impensabile — secondo Geronzi —. Sono sulla Rocca e non si muoveranno mai». Anche di Abn Amro si è a lungo parlato. Ma «il caos che si è creato attorno ad Abn non mi è piaciuto, non sono portato per questo genere di cose. E poi, se avessi voluto l'operazione l'avrei fatta a suo tempo parlandone direttamente con Groenink, ma gli ho detto di no». L'unica alternativa possibile, insomma, era Unicredit: un'operazione che «riequilibra il mercato». Ma che, però, è costata la poltrona a Matteo Arpe, l'enfant prodige portato a Roma da Geronzi che in cinque anni ha decuplicato il valore di Capitalia e che ora lascia, dopo duri contrasti con il presidente. Ma d'altra parte «l'operazione di fusione comportava dei sacrifici — così la vede il banchiere —. Io stesso non sono più presidente. Serviva un solo amministratore delegato e non poteva che essere Profumo». Geronzi, tuttavia, presidente potrebbe tornare ad esserlo: nel consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Ma adesso non ci pensa, «ora bisogna fare in fretta la fusione». Se prenderà casa a Milano «decideremo al momento opportuno».


21/5/2007

CORRIERE  

(Le partecipazioni)

 

22/5/2007

CORRIERE   Federico De Rosa

Casini: un'operazione brillante. Fini: tendenze interventiste della sinistra

«Superbanca nel segno d'Europa Non si ferma la crescita all'estero»

Profumo e Geronzi: il risiko non è finito. Entro 3 anni l'utile a 10 miliardi

MILANO — «Siamo un vero gruppo internazionale, ci consideriamo europei e vogliamo restarlo». Alessandro Profumo sgombra il campo da possibili equivoci. E' vero che Capitalia era «l'ultima opportunità per Unicredit di crescere in Italia». Tuttavia la fusione non cambia l'identità della banca milanese, che anche dopo l'integrazione continuerà a generare oltre la metà del suo giro d'affari fuori dai confini nazionali. Questa è la strada su cui l'amministratore delegato intende proseguire. E Cesare Geronzi è perfettamente d'accordo: «La crescita all'estero non sarà limitata né rallentata dall'operazione che noi celebriamo» ha spiegato il presidente di Capitalia che ieri, insieme al presidente di Unicredit Dietr Rampl e a Profumo ha illustrato agli analisti finanziari dettagli e obiettivi della fusione da 100 miliardi che darà vita alla seconda banca più grande d'Europa. «Da un anno, dall'agosto scorso, avevo solo l'ambizione di esser qui oggi con Profumo e Rampl» ha rivelato il banchiere romano, ammettendo tuttavia di trovarsi un po' spaesato perché «non sono abituato a questo genere di conferenze. E' un nuovo modello di vita per me».
Con l'occasione i due banchieri sono tornati a ribadire che il matrimonio tutto italiano tra Unicredit e Capitalia ha un respiro che va oltre i confini nazionali. Esattamente come è accaduto finora per la banca milanese la quale, evidentemente, non intende fermarsi. Anche perché, ha detto Geronzi «questa operazione non è la conclusione del risiko bancario». Oltre a Capitalia, non è un mistero, sul tavolo di Profumo c'era anche il dossier su Sociéte Generale. Ieri alla Borsa di Parigi il titolo della banca francese è rimasto sotto i riflettori, chiudendo la seduta in rialzo del 2,88%. Segno che per gli investitori potrebbe esserci ancora qualche possibilità. «Auspicabile» secondo il presidente della banca romana. Ma anche in Italia ci sarebbero prede interessanti. Unipol, secondo una ricostruzione fatta ieri da «la Repubblica» era il perno attorno a cui «l'inner circle dalemiano» aveva immaginato un progetto di integrazione per Unicredit. A guidare la compagnia bolognese oggi c'è Carlo Salvatori, cioè l'ex presidente di Piazza Cordusio. La soglia d'attenzione del mondo politico, comunque, resta alta. Romano Prodi ieri ha ribadito di «vedere con estremo favore le fusioni bancarie: è l'unico modo per avere una rete globale». E il leader di An, Gianfranco Fini, gli ha risposto segnalando la necessità che «la politica resti neutrale», laddove invece si nota «una certa tendenza della sinistra a un iperattivismo anche nel rapporto politica-economia- finanza e non solo su questioni bancarie». «La politica è giusto che si estranei, ma che non resti indifferente», ha commentato il leader Udc Pierferdinando Casini: «Questa è un'operazione brillante».
Per Profumo e Geronzi adesso è comunque il momento di pensare a realizzare in fretta la fusione. «Con Capitalia rafforziamo la squadra di giovani manager motivati che saranno contenti di lavorare a un allargamento del gruppo» ha detto l'amministratore delegato, che domenica sera al termine della conferenza stampa di presentazione del progetto ha avuto un primo incontro a Roma con il management team che in questi anni ha lavorato insieme a Matteo Arpe al turnaround della banca romana. E all'amministratore delegato dimessosi domenica, «che non deve sfuggire a nessuno è stato da me scelto come primo uomo di un processo rigenerativo», Geronzi ieri ha voluto tributare «un grande riconoscimento» per il lavoro svolto in Capitalia. La tabella di marcia prevede che entro luglio il progetto approdi alle assemblee e, se tutto andrà come previsto, per l'autunno la fusione sarà operativa. «Abbiamo già dato indicazioni di business model estremamente chiari — ha affermato Profumo —. Costruiremo il nostro budget nella parte finale dell'anno e il piano triennale all'inizio dell'anno successivo». L'obiettivo è arrivare a 10 miliardi di utili prima del 2010.
Ieri, intanto, il progetto è stata inviato all'Antitrust europeo. Unicredit evidentemente ha ritenuto il dossier di competenza di Bruxelles. Ma visto che l'annessione della rete di Capitalia comporta effetti soprattutto in Italia, è probabile che la Ue rinvii le carte ad Antonio Catricalà. Le sovrapposizioni comunque «sono limitate» a detta di Profumo: «Si va da 36 a 279 sportelli». Oltre a quelle commerciale, tuttavia, da risolvere ci sono anche le sovrapposizioni nel portafoglio partecipazioni. Leggi Mediobanca e Generali. Geronzi ha ribadito che la quota in Piazzetta Cuccia sarà pressoché dimezzata e che dalla compagnia di Trieste Capitalia uscirà «entro questo semestre».