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Di Sabato: noi la crisi non la paghiamo

La crisi che stiamo attraversando non data da oggi, e lo sappiamo. Viene da molto lontano, prima di tutto da una politica economica e industriale, fin dall'accordo del 23 luglio del '93, che ha fissato un tetto ai salari abbassando sempre di più il costo del lavoro, e poi con il taglio generale delle garanzie del lavoro già con il pacchetto Treu e poi con la legge 30 a favore della precarizzazione. E' l'Istat ad indicare nelle forme di lavoro più flessibili la bassa crescita di produttività e pil. Ma non basta: abbiamo visto aumentare materie prime e generi alimentari in modo vertiginoso in quest'ultimo anno, senza alcun intervento del governo per limitare i danni.

Per non parlare dei costi delle abitazioni: affitti inarrivabili per tanti, troppi, mutui impensabili per una generazione che vive di contratti a termine, lavori a chiamata, collaborazioni.

Ed ora che la crisi sta portando alla recessione, che l'economia reale ne paga i danni, che le fabbriche chiudono e la cassa integrazione dilaga, la risposta di governo e Confindustria è quella di darsi man forte per deregolamentare ancora il lavoro e i suoi diritti, facendo diventare l'arma del ricatto del bisogno di lavoro una regola: la vicenda Alitalia in questo senso è emblematica.
I dati sulla cassa integrazione sono sconfortanti: all'inizio di settembre sono 1.113 le richieste, la richiesta di Cig ordinaria (crisi aziendale) è aumentata del 30,75% dal 2007, le stime parlano di ben 75.425 persone che hanno perso il lavoro (dati fonte Inps).

E siamo solo all'inizio. A tutto questo il governo, dal ddl 112 voluto da Tremonti nel Dpef di giugno fino al contratto per gli statali voluto da Brunetta, non a caso firmato solo da Cisl Uil e Ugl, dopo cioè aver destrutturato il lavoro e le sue garanzie a colpi di decreti legge, risponde attaccando il diritto di sciopero e lo statuto dei lavoratori. Tutte mosse a favore di Confindustria, che dal canto suo propone una riforma del modello contrattuale che esplicitamente derubrica il conflitto sindacale e impone la ‘tregua' nel periodo di rinnovo, sostenuta da sanzioni.

Eliminazione del conflitto dopo naturalmente aver snaturato completamente il senso e la forza del Contratto nazionale, sradicando il concetto di diritto del lavoro a favore dell'arbitrio totale.

Ma tutto questo non basta. Anche sul fronte dei diritti sociali il governo sta operando per eliminare qualsiasi garanzia, poiché non prevede alcun recupero degli aumenti attraverso manovre redistributive come il recupero del fiscal drag, o la tassazione delle rendite finanziarie, per non parlare della diminuzione delle tasse su stipendi e salari. Persino la ventilata detassazione della tredicesima, un rimedio minimo ma che darebbe un minimo di respiro a molti lavoratori (quelli che ancora lavorano, perché da metà dicembre si prevede la chiusura di molte fabbriche per almeno un mese, Fiat in testa, a Termoli come altrove), non sembra intenzionato a confermarla.

Dobbiamo costruire un fronte comune per contrastare il disegno di Governo e Confindustria, consolidando l'opposizione, rispondendo a una politica che crea misera e arricchisce pochi con la forza e la dignità dei diritti per tutti, per la tutela del lavoro e le garanzie sociali, uniche vere questioni di sicurezza, per una vita degna per tutti, per uscire a sinistra da questa crisi. La manifestazione indetta dallo Slai-Cobas a Termoli per sabato 22 non è che l'inizio!

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