Per contatti: redazione@slaicobas.it

L'ad con il golf, è il crollo di un mito

Il Manifesto (Abbonamento)

COMMENTO

di Tommaso De Berlanga

I miti hanno vita dura. Difficile che stiano sul piedistallo a lungo. Tutto sta a vedere dopo quanto, come e per quale motivo, si cade. Sergio Marchionne ha scelto uno dei modi più veloci e meno gloriosi. Entrato al vertice della Fiat divenne in un attimo il prototipo del manager liberal, garantendo di non voler licenziare né chiudere stabilimenti in Italia. La Fiat risalì dall'abisso grazie a qualche nuovo modello finalmente ben concepito e al solito, tanto, lavoro dei suoi dipendenti. Quattro anni dopo sta sul fronte opposto. Questo giornale ha parlato di «deriva vallettiana» e la Fiom di «ritorno agli anni '50» per la sequenza di licenziamenti decisi dopo il fiasco del ricatto su Pomigliano.
Ma la «perla» è arrivata con la scelta di fare in Serbia, anziché a Mirafiori, due nuovi modelli. Mercoledì - dagli Usa - ha detto di esservi costretto per la «poca serietà» mostrata dai sindacati italiani proprio a Pomigliano. Lì, poche settimane fa, si erano diversamente opposti - con imprevisto successo - solo la Fiom e lo Slai Cobas.
Nelle stesse ore, però, a Kragujevac, nell'ex Zastava rimessa in piedi dal governo serbo, tecnici del Lingotto stavano già studiando l'aggiornamento delle linee produttive della Punto Classic per adattarle ai pianali su cui andrà montata, dal gennaio 2012, la nuova monovolume L Zero.
E qui già non ci siamo. Per quanto «efficiente» sia la nuova Fiat, non si può avviare una scelta di queste dimensioni (160.000 vetture l'anno) in pochi giorni. Poi arrivavano - nel giro di minuti - le dichiarazioni del management serbo, giustamente soddisfatto: «la decisione di Fiat di produrre qui questi 2 nuovi modelli conferma che vengono applicati tutti gli accordi stipulati con i partner italiani». Quando? Al momento della creazione della Fiat Automobili Serbia (Fas), nel dicembre 2009.
Ben prima non solo del «problema Pomigliano», ma anche della presentazione del progetto «Fabbrica Italia». Insomma: una balla a beneficio dei media, una giustificazione posticcia per nascondere scelte fatte da tempo e a prescindere dai livelli di conflittualità nelle fabbriche del gruppo. Una «berlusconata» giocata sul filo del prestigio personale fin qui accumulato. Tanto più grande quanto più Marchionne sembrava lontano dal modello imprenditoriale incarnato da Berlusconi. Marchionne si rivela ora una variante sul tema, non un'alternativa. Un equivoco, non un mito.