Per contatti: redazione@slaicobas.it

L'intervista: "Prima mia moglie e adesso io: licenziati con un bimbo piccolo"

Giuseppe Manes, 33 anni di Montecilfone, racconta come e perchè la ditta per la quale lavorava ha dato il benservito a lui e all’amico Michele Paglialonga: "Mi ha penalizzato essere un iscritto dello Slai Cobas, si vuole bloccare il nostro sindacato". Sua moglie ha perso il lavoro durante la gravidanza: "Abbiamo un bambino nato da poco e nemmeno una busta paga. E’ durissima". Il giovane anticipa che presenterà ricorso contro il provedimento della ditta che lo ha licenziato in seguito a uno sciopero di tre ore.

di Stefano Di Leonardo
www.primonumero.i t

Termoli. Giuseppe Manes ha 33 anni, una moglie e un figlio piccolo. Ma la sua vita è tutt’altro che rose e viole. «Mia moglie è stata licenziata pochi mesi fa perché era incinta del nostro bambino». E mercoledì 15 settembre è arrivata un’altra mazzata: il suo licenziamento dalla Cft, cooperativa che opera alla Conad di San Salvo. «La situazione non è bella» ripete a poche ore dal provvedimento.

Giuseppe Manes, come le è stato spiegato il suo licenziamento?
«Il motivo principale è l’aver partecipato allo sciopero del 26 agosto. Lo avevamo proclamato 20 giorni prima con uno stato di agitazione. E’ il primo sciopero nel settore magazzino in sei anni, uno sciopero di appena tre ore con l’adesione di 12 operai su 20. E ora hanno licenziato me e Michele».

E’ quella l’unica motivazione?
«L’azienda ha aggiunto un po’ di motivi, in maniera del tutto falsa».

Ad esempio?
«Mi contestano il fatto di non aver svolto le visite mediche che, non si sa perché, mi hanno sempre programmato fuori dall’orario di lavoro. Questo è successo solo a me. Abitando a Montecilfone mi riesce difficile tornare a San Salvo per svolgere le visite mediche».

Da quanto tempo lavorava per la Cft?
«Da due anni e mezzo circa e da qualche mese prima per la Conad. Dal febbraio scorso sono Rsa Slai Cobas nello stabilimento».

Con che contratto?
«Ero assunto a tempo indeterminato».

E prima di allora aveva avuto problemi con l’azienda?
«Spessissimo. Mi è capitato di subire punizioni se non mi piegavo al volere della ditta. Come me anche altri hanno subito lo stesso trattamento».

A cosa si riferisce?
«E’ successo che se qualcuno rifiutava di fare un’ora di straordinario richiesta con soli 10 minuti d’anticipo, il giorno dopo questa persona veniva degradata».

E’ per questo che avete protestato?
«Anche per altro. Gli stipendi sono bassi, arrivano al massimo a 850 euro mensili. Lì si lavora in maniera disumana, sette giorni su sette, in un capannone sempre chiuso, con alimenti conservati a 40° centigradi. E poi noi italiani lì siamo ghettizzati».

In che senso?
«Ogni volta che gli italiani sbottano e mollano tutto, li sostituiscono con degli stranieri perché spesso loro non conoscono i loro diritti. Ai cinesi è stato proposto un nuovo contratto in italiano senza la traduzione nella loro lingua e gli hanno fatto firmare la rinuncia al Tfr. Abbiamo le prove e i testimoni di tutto».

Giuseppe, come si sente a poche ore dal licenziamento?
«Non sto bene. Mia moglie è stata licenziata pochi mesi fa solo perché aspettava il nostro bambino. Ora siamo due persone a casa senza lavoro. La situazione non è bella».

Che idea si è fatto del suo allontanamento?
«Penso che queste storie siano venute fuori perché sono un membro dello Slai Cobas e credo che l’azienda stia cercando di bloccare il nostro sindacato. Ma il diritto allo sciopero è garantito dalla Costituzione».

Spera di riavere il suo posto di lavoro?
«Sì, faremo ricorso e vorrei tornare a breve al lavoro. Spero che le cose vadano a posto».

(Pubblicato il 16/09/2010)