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Per un 8 marzo in difesa dei diritti delle donne - Coordinamento SLAI Cobas Trentino

testo che valuta le disciriminazioni e l'oppressioni di cui sono tutt’ora oggetto le donne e l'aspetto che riguarda specificamente il rapporto donne e fondi pensione

 

 

Per un 8 marzo in difesa dei diritti delle donne

 

Quest’anno non si tratta solo di ricordare  gli avvenimenti storici  che portarono all’istituzione della Giornata Internazionale dell’8  marzo, ma soprattutto di denunciare le disciriminazioni e le  oppressioni di cui sono tutt’ora oggetto le donne e di contrastare gli  attacchi che quotidianamente vengono messi in atto contro di loro da  governo e sindacati “amici”. Si tratta anche, di fronte alla latitanza  ed all’ipocrisia dei partiti e delle istituzioni, di lanciare sempre  più forte il grido di allarme contro le violenze di cui le donne sono  vittime, all’interno delle loro case e sui posto di lavoro.

La  “riforma” delle pensioni, messa in atto dai diversi governi che si sono  succeduti e persino anticipata dall’attuale governo Prodi, riassume in  sé tutti diversi aspetti di antidemocraticità e discriminazione in  particolare nei confronti delle donne.

In una società, dove già le  donne sono costrette a subire condizioni lavorative peggiori rispetto  agli uomini (con salari mediamente più bassi, maggior ricorso al  precariato, maggiore ricattabilità, minore riconoscimento delle proprie  competenze, ecc.) il nuovo sistema pensionistico le costringe anche a  subire condizioni economiche svantaggiose, che sicuramente non  permetteranno loro di condurre una vecchiaia serena.
Il sistema  contributivo penalizza le donne, non solo perché avendo salari  inferiori versano meno contributi, ma anche perché entrano più tardi  nel mercato del lavoro–seguendo mediamente un percorso formativo più  lungo–, perché più frequentemente il loro lavoro è precario e spesso  rinunciano al tempo pieno per sobbarcarsi gran parte del lavoro  domestico e di cura dei propri familiari.

Il secondo aspetto riguarda  invece specificamente i fondi pensione. Chi sostiene la vantaggiosità  di tali prodotti finanziari evita spesso di riportare come la  "pensione" integrativa di una donna, a parità di capitale versato, sarà  inferiore di circa il 30% rispetto a quella di un uomo, poiché le donne  hanno un’aspettativa di vita mediamente più lunga. Insomma, a parità di  contributi versati, l’assegno integrativo sarà diverso. Sono queste le  pari opportunità di cui parlano tanto i vari governi, i vari politici  ed i “piazzisti” dei fondi pensione?
A questo si aggiunge il fatto che  se una donna vorrà garantita la reversibilità della “pensione”  integrativa dovrà letteralmente comprarla, versando ulteriori  contributi, o peggio, dovrà convincere il proprio partner a fare ciò,  rendendola ancora più subdolamente dipendente dal marito. Così, già  oggi, per chi avrà ad esempio la fortuna  (mercati azionari  permettendo) di aver accumulato dopo una vita di lavoro 50.000 euro nel  fondo pensione Cometa dei metalmeccanici, a 65 anni (se uomo) prenderà  circa 260 euro al mese di rendita integrativa, che scendono a 185 euro  se chiede una rendita totalmente reversibile a favore di una donna con  5 anni di età in meno di lui; e la donna, a 60 anni, avrà una rendita  di circa 191 euro al mese, che scendono a  185 con la reversibilità  (vedi CorrierEconomia del 29-1-2007).

Il governo in questo modo non  solo sta sottraendo migliaia di milioni di euro di liquidità dei  lavoratori con fondi a rischio che non danno alcuna garanzia futura, ma  sta soprattutto svendendo i diritti di milioni di lavoratrici e  lavoratori, conquistati nel tempo, a caro prezzo e con dure lotte, a  vantaggio degli speculatori finanziari privati.

È questo un sistema che  rende la donna ancora più fragile, ricattabile e subordinata alle  volontà del proprio datore di lavoro e del proprio partner. Sappiamo  bene che precarizzazione del lavoro ed incertezza economica giocano un  ruolo determinante anche nel favorire i meccanismi che portano alla  marginalizzazione sociale ed alle diverse forme di violenza sulle  donne; basti pensare che sono all’ordine del giorno i casi di donne  licenziate, costrette a dimettersi quando in attesa di un figlio e  vittime di mobbing.

La lotta per la salvaguardia dei diritti delle  donne passa attraverso l’autorganizzazione delle donne e l’ organizzazione sindacale dei cobas, fuori e contro i partiti di governo  (di destra e di “sinistra”) ed  i sindacati confederali, per la  conquista di un salario e di una pensione pubblica dignitosi, contro lo  scippo del TFR, contro le privatizzazioni, contro la violenza sulle  donne e per uno stato sociale che garantisca istruzione  sanità e  servizi.

 

Coordinamento SLAI Cobas del Trentino