TFR

"La pensione tradita": Il nuovo Libro del Dott. Beppe Scienza

Sul libro si veda: «Tfr o fondo pensione? La scelta» di Giuseppe Altamore su Famiglia Cristiana (3-6-2007 pp. 50-54)

PREVIDENZA

Tfr o Fondo pensione?
LA SCELTA


Si avvicina la scadenza del 30 giugno e la maggioranza dei lavoratori non ha ancora deciso. Mentre il ministro Paolo Ferrero invita a lasciare la liquidazione in azienda.

Manca meno di un mese alla fatidica data del 30 giugno, ma la stragrande maggioranza degli 11 milioni di lavoratori non ha ancora deciso che cosa fare del Tfr, il Trattamento di fine rapporto. A quanto pare non sono le informazioni a scarseggiare, ma la fiducia nella previdenza integrativa, come segnala un sondaggio Eurisko realizzato per conto di Assogestioni, la società che raggruppa i gestori privati del risparmio. Così, 74 lavoratori su cento devono ancora comunicare la propria scelta. Tra questi, circa la metà avrebbe intenzione di lasciare il Tfr maturando in azienda, mentre il 22 per cento opterebbe per un fondo negoziale, il 9 per cento per un piano individuale pensionistico e l’8 per cento per un fondo aperto. La scommessa sul futuro del cosiddetto secondo pilastro, la pensione di scorta, lascia dunque indifferenti gli italiani. Mentre addirittura, il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha consigliato la scorsa settimana di «lasciare il Tfr in azienda».

Attenzione però a non essere così distaccati da rimanere incastrati nella trappola del silenzio-assenso. Chi non esprime alcuna scelta, è costretto a versare il suo Tfr maturando al fondo pensione, mentre tutto quello che è stato accumulato in precedenza rimane nella disponibilità del lavoratore. Dunque, chi volesse mantenere il Tfr deve assolutamente dichiararlo per iscritto. Se in futuro si cambia idea si potrà passare ai fondi pensione in qualsiasi momento.

Il professor Beppe Scienza.
Il professor Beppe Scienza
(foto Lobera).

Una decisione a senso unico

Al contrario chi sceglie di aderire alla previdenza integrativa non potrà più ripensarci. «È un meccanismo piuttosto discutibile, a senso unico», denuncia Beppe Scienza, docente di Metodi e modelli matematici per la pianificazione economica, che ha appena dato alle stampe La pensione tradita (Fazi editore, 214 pagine, 9,90 euro). Un libro che svela i retroscena di una legge «che sembra fatta apposta per aiutare le società del risparmio gestito», incalza Scienza. Basta leggere il capitolo "Trappole per catturare il Tfr" e scoprire quante insidie ci possono essere in una scelta così importante e definitiva. «Sono stati enfatizzati vantaggi fiscali irrisori: per un lavoratore giovane, con redditi medio-bassi, la convenienza è di appena lo 0,50 per cento all’anno rispetto al fondo. Una differenza così esigua da essere rosicchiata dai costi di gestione e di amministrazione», aggiunge il professore. Su questo terreno, l’informazione non è stata così generosa come quella che spinge per l’adesione ai fondi pensione, con una massiccia campagna pubblicitaria che ha visto impegnati perfino i sindacati. Anche loro interessati?

«Sì, perché nei fondi pensione piazzano i loro rappresentanti e di fatto si occupano dell’amministrazione che può costare lo 0,40 per cento all’anno al lavoratore», denuncia Scienza. «Comunque, i sindacati fanno parte del gioco previdenziale, mentre con il Tfr non hanno niente a che spartire». L’informazione, dunque, è importante per decidere a occhi aperti e senza sorprese.

Una delle poche iniziative per diffondere una conoscenza meno partigiana sul tema è stata intrapresa dall’assessore al Commercio della Regione Piemonte, Giovanni Caracciolo, che nelle scorse settimane ha organizzato un seminario con la presenza di esperti e docenti universitari, tra cui lo stesso Scienza. In quella sede sono stati analizzati risultati e costi di importanti fondi negoziali come Cometa, il fondo dei metalmeccanici, Fonchim, dei lavoratori chimici e altri. Il Fondo Cometa, per esempio, nel 2005 ha speso 124.578 euro per i compensi dei membri del consiglio di amministrazione, 69.332 euro per viaggi, 200.000 euro per brochure e altro materiale informativo. «Si tratta comunque di un fondo relativamente economico, con lo 0,34 per cento di spese amministrative», fa notare Carlo Crovella, analista finanziario. Fonchim invece ha incassato dai lavoratori due milioni di euro di over performance. Ma, attenzione, se passiamo dai fondi di categoria a quelli privati, cioè fondi aperti o Pip (Piani individuali di previdenza), offerti da banche e compagnie di assicurazione, le spese possono oscillare dall’1,8 al 5,1 per cento. Costi che dovrebbero essere compensati dai possibili maggiori rendimenti del fondo rispetto al Tfr. 

«Al momento possiamo dire che l’unica certezza è rappresentata dal Tfr», spiega Crovella. «Solo il Tfr garantisce il capitale e il tenore di vita, grazie a un meccanismo di rivalutazione, mentre il fondo pensione rappresenta una scommessa sul futuro dell’economia. Se tutto va bene, si salva il capitale e il rendimento, ma nessuno ha la sfera di vetro per leggere l’avvenire», avverte l’esperto. In effetti, abituarsi all’idea che la pensione integrativa possa dipendere dall’abilità dei gestori e dall’andamento della Borsa è difficile da accettare. 

«Anche perché», fa notare il professor Scienza, «dal 1962 al 1982 la Borsa, in termini di potere d’acquisto, ha perso il 70 per cento. Va chiarito che il fondo pensione non ha nulla di previdenziale. È solo alla fine, quando si andrà in pensione, che il fondo si trasforma in una rendita previdenziale», chiarisce il professore. «Occorre fissare bene nella mente che nel fondo pensione vigono le regole del mercato finanziario».

«Se osserviamo l’andamento della Borsa americana dal 1920 al 2005», aggiunge Crovella, «un tempo molto lungo, notiamo che le perdite compensano i guadagni. Ma nello stesso periodo l’inflazione è stata del 233 per cento». Che cosa accade invece lasciando i propri soldi nel "vecchio" Tfr?

«La liquidazione, oltre a garantire il capitale, ha un meccanismo di tutela dall’inflazione che il fondo pensione non prevede», chiarisce Marco Vinciguerra, partner della società Tokos risparmio e previdenza. «Il lavoratore vorrebbe avere abbastanza per vivere dignitosamente, ma il fondo pensione, per la sua natura finanziaria, non può offrire una simile garanzia».

Eppure si potevano percorrere altre strade. Perché la legge istitutiva dei fondi pensione non ha recepito altre soluzioni che potevano garantire una previdenza integrativa più sicura? Per esempio, un fondo pubblico presso l’Inps o un fondo personale (investimento "fai da te") che esiste perfino nella liberale Australia? «La domanda me la sono posta anch’io più volte», dice Roberto Burlando, docente di Economia politica all’Università di Torino. «I fondi pensione, con questa formulazione, di fatto favoriscono da un lato le istituzioni finanziarie, che garantiscono ben poco rispetto a quello che si può ottenere con una scelta accurata sui titoli obbligazionari a medio-lungo termine, e dall’altro, almeno per un certo periodo, l’Inps. Di certo ci sarebbero state altre possibilità più flessibili che io personalmente avrei preferito».

Anche perché la legge non ha previsto un conflitto d’interesse: «Il datore di lavoro, presente nel fondo, può influenzarne le scelte finanziarie», aggiunge Vinciguerra. «Di fronte ai troppi messaggi pro fondo pensione, forse è meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere mantenendo per il momento il Tfr in azienda», consiglia il professor Scienza. «Insospettisce, per esempio, il fatto che nel confronto tra Tfr e fondi si utilizzino gli ultimi anni, che sono di vacche grasse per la Borsa. I confronti vanno fatti su una vita, 20 o 30 anni. E oggi, nessuno è in grado di garantire che, nel lungo periodo, il fondo possa aggiungere quel 10 per cento di integrazione della pensione pubblica sempre più magra».

Giuseppe Altamore
   
   

UN UOVO OGGI…

Il Tfr rappresenta la garanzia di avere sempre e comunque un capitale da parte corrispondente all’accumulo del 6,91 per cento della retribuzione annua lorda, più un rendimento che copre il 75 per cento dell’inflazione, più 1,5 per cento. A ogni cambio di azienda il lavoratore può avere il suo Tfr, mentre nel caso aderisca al fondo pensione dovrà attendere l’età pensionabile per avere la rendita prevista. Così, anche nel caso di un licenziamento, il lavoratore che mantiene il Tfr avrà un gruzzoletto di soldi che può servire a coprire una situazione disagiata.

Tenendosi il Tfr, uno resta padrone di decidere come e quando convertire in rendita il malloppetto ottenuto dopo una vita di lavoro. In effetti, la legge istitutiva del Tfr, che risale al 1982, ha voluto creare una forma di retribuzione differita nel tempo, un risparmio forzato garantito dallo Stato. Come è garantito per legge il potere d’acquisto delle somme accantonate in anni di lavoro.

g.a.
  

… O LA GALLINA DOMANI?

Il fondo pensione investe sui mercati finanziari, che possono avere andamenti negativi e positivi. Nessuno garantisce il capitale versato, né tanto meno il rendimento. Il fondo pensione potrebbe avere rendimenti migliori rispetto a quelli previsti per legge dal Tfr, ma tutto dipende dall’abilità dei gestori e dall’andamento della Borsa nel lungo periodo.

Se il lavoratore cambia più volte azienda, tenendosi il Tfr rischia di dissipare poco per volta il capitale accumulato, mentre aderendo a un fondo pensione è obbligato a versare senza poter rescindere il contratto. Per avere i suoi soldi deve attendere l’età pensionabile. Apparentemente, ci sarebbero maggiori vantaggi fiscali aderendo al fondo pensione. In realtà, secondo i calcoli fatti dal professore Beppe Scienza, il vantaggio sarebbe nel lungo periodo di uno 0,50 per cento che è intaccato dalle spese amministrative e di gestione del fondo pensione. Si possono chiedere anticipi, come con il Tfr.

g.a.

    

FONDO PENSIONE: ISTRUZIONI PER L’USO

Undici milioni di lavoratori hanno avuto sei mesi per decidere che cosa fare della liquidazione: lasciarla in azienda o alimentare da quest’anno un fondo per la pensione integrativa? Una prima precisazione: l’adesione a un fondo non è obbligatoria. Potete disporre che il Tfr rimanga in azienda e fra qualche anno, quando tutto, forse, sarà più chiaro, spostarlo, come abbiamo già ampiamente detto nello "Speciale Tfr" pubblicato sul n. 2 di Famiglia Cristiana. Ma se non decidete nulla o firmate per l’opzione fondo pensione, la scelta è irreversibile. Dunque, prendetevi tutto il tempo che occorre, firmando intanto per mantenere il Tfr tale e quale. Si tratta di una scelta epocale che segnerà il vostro futuro e quello del Paese. Con i fondi molti sperano di avere una pensione di scorta. Ma nessuno, nemmeno lo Stato, è più in grado di garantire una previdenza dignitosa alle prossime generazioni. Lo Stato, passando dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione, ha già fatto crollare le certezze che hanno garantito assegni sicuri ai nostri padri. E i fondi sono strumenti finanziari legati al rischio dei mercati borsistici.

ENTRO IL 30 GIUGNO. I lavoratori devono scegliere se aderire a un fondo pensione o tenersi il Tfr (Trattamento di fine rapporto). La scelta riguarda il Tfr maturando, quello già accumulato rimane nella vostra disponibilità. Si può anche decidere di non passare ai fondi pensione, perché comunque è possibile aderirvi in un secondo tempo. Invece chi opta per il fondo non può più tornare al vecchio Tfr.

AZIENDE CON PIÙ DI 50 DIPENDENTI. Se il lavoratore non sceglie di aderire al fondo pensione, le aziende dovranno destinare il Tfr al fondo dello Stato gestito dall’Inps. Ma per il dipendente non cambia nulla. Quando lascerà l’impresa, sarà quest’ultima a corrispondere il Tfr.

SILENZIO-ASSENSO. Chi non esprime alcuna decisione, destina automaticamente il Tfr al fondo pensione previsto dal contratto collettivo o individuato con un accordo aziendale.

DA UN FONDO ALL’ALTRO. Dopo due anni di iscrizione, è possibile trasferire l’intera posizione previdenziale presso un’altra forma pensionistica. Anche chi cambia azienda o attività può spostarsi da un fondo all’altro.

CHI PAGHERÀ LA FUTURA PENSIONE INTEGRATIVA? Sarà una compagnia di assicurazioni convenzionata con il fondo pensione. Di fatto la pensione conseguibile resta ignota fino a quando, in base al sesso e all’età, potrà essere individuato in apposite tabelle attuariali, stabilite sulle tavole di mortalità, il coefficiente di conversione del capitale in rendita, come avviene per ogni schema assicurativo. Se poi si prevede che la rendita debba essere reversibile, l’importo della prestazione sarà ulteriormente ridotto.

DOPO QUANTO TEMPO SI HA DIRITTO ALL’ASSEGNO? Dopo almeno cinque anni di iscrizione al fondo si raggiungono i requisiti per la pensione integrativa. È possibile avere un 50 per cento di capitale e una rendita.

ANTICIPAZIONI. Si possono chiedere anticipi al fondo in qualsiasi momento, per un importo non superiore al 75 per cento, per spese sanitarie a seguito di gravissime situazioni personali, del coniuge o dei figli; per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle autorità pubbliche. Decorsi otto anni di iscrizione, per un importo non superiore al 75 per cento, per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli; per interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, risanamento e restauro, ovvero ristrutturazione (tassazione: al netto dei redditi già assoggettati a imposta, ritenuta del 23 per cento). Dopo otto anni di iscrizione, si può chiedere un anticipo per un importo non superiore al 30 per cento, per ulteriori esigenze. La tassazione è la stessa prevista per l’acquisto della prima casa. Le anticipazioni possono essere reintegrate, a scelta, in qualsiasi momento.

g.a.