TFR

Assemblea: Giù le mani dalle pensioni

Valutazioni e resoconto sull’assemblea di Milano del 01 dicembre 2006.

Giù le mani dalle pensioni

All’assemblea, dove abbiamo diffuso il volantino già fatto circolare in rete (Appello ai delegati RSU …), hanno partecipato circa 150 persone, nella maggior parte delegati RSU della Rete 28 aprile e del SinCobas, che gestivano la presidenza.

Dello Slai Cobas eravamo presenti in 7, c’erano poi alcuni della CUB (che diffondevano una dichiarazione di Tiboni, fatto circolare dopo che in internet era apparso il nostro appello), Confederazione Cobas e AL Cobas, le organizzazioni politiche Partito Comunista dei Lavoratori e Progetto Comunista e una serie di altre realtà minori, sia sindacali, sia politiche, principalmente milanesi.

La partecipazione geografica era essenzialmente milanese e lombarda, con qualche torinese ed emiliano (Bologna e Modena) e singole partecipazioni di altre località di militanti più stretti delle organizzazioni promotrici (come il delegato RSU Sincobas della Fiat di Cassino che aveva partecipato anche alla nostra assemblea nazionale di Roma).


Gli interventi, nella maggioranza, hanno generalmente espresso una disponibilità e necessità di aprire una mobilitazione contro il furto delle pensioni e lo scippo del TFR, per costruire una mobilitazione dei lavoratori, anche se soffrivano il limite di proporre valutazioni generali su questo o quello aspetto della Finanziaria e del furto delle pensioni, senza intervenire nel merito delle proposte politico-organizzative per far andare avanti la proposta di mobilitazione. 

Quelli dei delegati RSU SinCobas ed extraconfederali generalmente spingevano verso la necessità di un allargamento della mobilitazione. Quelli di delegati Fiom, ma militanti delle organizzazioni politiche, spingevano sulla necessità di non cadere nella trappola del “governo amico” .

Quelli dei delegati di appartenenza Cgil e legati a Rifondazione spingevano più sui problemi di democrazia, sulla necessità di un lavoro tra i lavoratori nelle proprie aziende e sull’importanza dell’autoconvocazione senza rompere con il sindacato confederale.

Ampio spazio è stato dato ad Attac (Saverio Lutrario) che è stata candidata  di fatto ad essere la “testa pensante” delle valutazioni tecniche e delle proposte sulle pensioni.

Gli interventi che hanno dato il quadro generale dell’iniziativa sono stati del SinCobas: all’inizio Monga - RSU Comune di Milano – che ha posto il problema dell’allargamento della mobilitazione in modo aperto (ma, spiegherò sotto perché, è stato un invito solo “formale”) e, verso la fine, Salvi - RSU Regione Lombardia – che ha illustrato le coordinate politiche della lotta sulle pensioni e motivato il passaggio obbligato dell’allargamento della mobilitazione sul territorio non rimanendo rinchiusi nel posto di lavoro.


Nello sviluppo dell’assemblea, però, ad un certo momento si è iniziato a percepire che la proclamata volontà di apertura e di mobilitazione comune era di fatto solo di facciata e che l’iniziativa si andava configurando come la preparazione di un comitato contro il furto delle pensioni, già blindato politicamente.


Con la scusa che era stato scelto di privilegiare gli interventi degli RSU e che si doveva approvare la mozione finale e i primi passaggi organizzativi, la presidenza ha preso prima la decisione di non far intervenire le organizzazioni presenti (3 interventi prenotati) e poi di farlo finché non fosse stata presentata la mozione/piattaforma finale. In questo modo anch’io non sono stato fatto intervenire. (Giusto per conoscenza, mi ero prenotato a parlare come Slai Cobas e il componente della presidenza che raccoglieva gli interventi (della Rete 28 aprile) mi aveva chiesto se poteva farmi intervenire subito dopo la relazione introduttiva! Evidentemente sono poi state cambiate le carte in tavola!)

Il problema non è che io non sia intervenuto, ma che se il problema dell’allargamento e di un lavoro comune fosse stato realmente posto, la presidenza sarebbe stata interessata a sentire e discutere cosa proponevano le altre organizzazioni. Dal palco dei comizi dello sciopero del 17 novembre non si era forse sottolineato l’esigenza di un percorso comune oltre lo sciopero da parte dei vari sindacati di base, SinCobas compreso?


Ma che ci fosse una decisione politico-organizzativa da far passare a prescindere dall’andamento dell’assemblea è stato evidente nella discussione sulla mozione finale, che la presidenza alla fine non ha voluto far votare. La bagarre si è scatenata sul fatto che nella mozione fosse inserita l’indicazione di arrivare allo sciopero generale. Nonostante la maggioranza degli interventi si fossero posti in quest’ottica, più o meno esplicitamente, la presidenza è stata irremovibile nel non voler inserire questa indicazione. Non solo, sono stati proprio quelli del SinCobas alla presidenza a difendere con i denti il fatto che non ci fosse, ossia difendevano l’accordo politico che avevano già fatto.

Non basta, ovviamente, dire che ci vuole uno sciopero generale per realizzarlo, ma pensare di contrastare l’attacco sulle pensioni senza dare l’indicazione della necessità di arrivare almeno a uno sciopero generale per contrastarlo, significa rinunciare a priori a tentare di mettere in piedi un’opposizione di massa che si prefigga realmente di tentare di bloccare il furto delle pensioni.

La questione dello sciopero generale è stata la cartina di tornasole che ha evidenziato i limiti dell’iniziativa di Milano e quello che ci sta dietro.


A questo va aggiunto il fatto che la mozione/piattaforma enfatizza l’obiettivo di ottenere un referendum vincolante sulla trattativa che ci sarà sulle pensioni. Referendum che è una trappola, perché sarà inevitabilmente perso dai lavoratori. Possiamo state certi che nel caso questo si terrà, si ripeteranno lo stesso scenario e risultato del precedente referendum sulla controriforma Dini sulle pensioni (milioni di lettere ai pensionati per farli votare a favore raccontando che altrimenti perdono la pensione, nessuna possibilità di controllare i voti, ecc). 


Al di là della volontà soggettiva dei promotori e dei partecipanti all’iniziativa di Milano, poco importa, questa assemblea lancia un comitato che sarà formalmente aperto, ma che nella realtà sarà destinato a fungere solo da elemento per modificare gli equilibri all’interno della Cgil e di Rifondazione, a far valere al loro interno che c’è un’opposizione e che devono esserle riconosciuti degli spazi, anche magari con l’introduzione di meccanismi formalmente più democratici nelle decisioni.


D’altronde l’apertura del comitato consisterà solo nella possibilità di aderire o meno alla piattaforma proposta, che a breve sarà diffusa, nell’inviare dei materiali al sito web del comitato che sarà aperto entro una decina di giorni (già deciso e in preparazione, quindi controllato e non realmente aperto a tutti), nel scegliere se aderire o meno alle iniziative proposte.


Se il SinCobas e la Rete 28 Aprile avessero voluto veramente promuovere un’iniziativa aperta, comune e condivisa, si sarebbero mossi diversamente. Tutti e due facevano parte del Comitato Contro lo scippo del TFR, con noi e altri sindacati di base. Se avessero voluto un’iniziativa unitaria si sarebbero posti il problema di confrontarsi e fare la proposta di un’assemblea comune ai partecipanti al comitato. Hanno invece preferito lanciare in proprio un’iniziativa, arretrata nei contenuti rispetto a quanto già sostenuto dal comitato contro lo scippo del TFR, per determinare nel senso da loro voluto la mobilitazione contro il furto delle pensioni.


Che SinCobas e Rete 28 Aprile abbiano la forza di monopolizzare e determinare politicamente la mobilitazione contro le pensioni non penso proprio che sia possibile, non ne hanno la forza, non possono prescindere dalle altre realtà esistenti e chiunque si mobiliti contro il furto delle pensioni dovrà confrontarsi con la questione di una mobilitazione generale e nazionale che si ponga l’obiettivo di una manifestazione e di uno sciopero generale nazionali, quali risultato di iniziative e mobilitazioni locali.

Anche sulla questione del referendum sulla trattativa rischiano di rimanere isolati.


Tuttavia questa iniziativa di Milano può avere un effetto frenante e di rallentamento nell’organizzazione di una mobilitazione nazionale contro il furto delle pensioni. Riuscire a svuotarla, impedirne l’effetto negativo, porre al suo interno la contraddizione di una lotta conseguente –facendo leva sulla disponibilità e volontà che c’è anche nei lavoratori organizzati da loro di non farsi scippare il TFR e rubare le pensioni – sta anche a noi e al nostro intervento.


Per farlo si deve partire al più presto con una campagna che, uscendo dai posti di lavoro e investendo il territorio, porti alla costituzione di comitati contro lo scippo del TFR e per la difesa delle pensione pubblica realmente aperti e unitari, attorno ai contenuti che da tempo abbiamo evidenziato:

-la lotta contro lo scippo del TFR e il suo versamento nei Fondi Pensione privati, con l’organizzazione del rifiuto del versamento del TFR nei fondi

-la difesa delle pensioni pubbliche, lanciando l’obiettivo del ripristino del vecchio sistema di calcolo retributivo e la diminuzione dell’età per andare in pensione.

-la richiesta della separazione di previdenza e assistenza all’Inps 

-la difesa della pensione quale parte integrante del nostro salario, di cui solo noi dovremmo poter disporre e che non deve essere toccata.

Comitati che organizzino e pratichino iniziative di lotta e di propaganda per costruire una mobilitazione nazionale, verso una manifestazione e uno sciopero generali.


SLAI Cobas Milano