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Cremaschi nega la parola ai licenziati Alfa, il Partito di Alternativa Comunista non dice nulla

Il Partito di Alternativa Comunista, formato da militanti usciti da Rifondazione Comunista, al cui congresso costitutivo siamo stati invitati e abbiamo partecipato, ha diffuso nei giorni scorsi una nota sull'assemblea nazionale della Rete 28 Aprile, di cui fanno parte suoi militanti e dirigenti.

In questa nota non si cita in alcun modo quanto accaduto, ossia l'intervento del segretario della Camera del Lavoro di Milano Rosati contro i licenziati dell'Alfa e il rifiuto di Cremaschi di farli parlare all'assemblea.


Abbiamo mandato una "nota di protesta" al Partito di Alternativa Comunista, non solo perché pensiamo che l'episodio sia in sé grave, ma soprattutto perché pensiamo che l'opportunismo e la politica dei sindacati concertativi e dei loro dirigenti non vada condannata solamente nei proclami generali, ma anche nei fatti concreti della politica sindacale.


Al Partito di Alternativa Comunista


Abbiamo ricevuto e letto il vostro resoconto sull'assemblea nazionale della rete 28 Aprile (14 marzo a Milano) e il testo del vostro intervento.

Non vogliamo qui entrare nel loro merito, ma solo segnalarvi che siamo alquanto stupiti della vostra "omissione" su quanto accaduto durante l'assemblea.

Precisamente ci riferiamo al fatto che:


1) il segretario della camera del lavoro Rosati intimasse a una trentina di operai dell'Alfa Romeo di Arese, licenziati nei giorni scorsi dalla Fiat, di non diffondere sul sagrato della camera del lavoro il volantino poco prima distribuito di fronte al Tribunale di Milano (senza problemi). Questo mentre gruppi politici vari distribuissero i loro volantini senza che Rosati avesse nulla da ridire. 


2) lo stesso Rosati, dopo che i licenziati si fossero messi a volantinare sulla strada, intervenisse nuovamente per impedire che i licenziati portassero nella sala dell'assemblea 4 bandiere dello Slai Cobas, che avevano in mano e che erano state utilizzate nel volantinaggio al tribunale. (Bandiere lasciate fuori per non creare problemi e dare corda alle provocazioni).


3) Cremaschi non abbia concesso ai licenziati un intervento di cinque minuti per spiegare cosa stesse accadendo all'Alfa di Arese con questi ennesimi licenziamenti.


Se veramente si vuole lavorare all'unità di classe, senza alcuna preclusione di tessere, per cercare di unificare i lavoratori su di un unico fronte di classe, anticoncertativo e anticapitalista, che a partire dai posti di lavoro si muova sulla base di obiettivi, piattaforme e mobilitazioni comuni e condivisi, come noi da tempo sosteniamo; se veramente si vuole questo e si vuole contrastare il settarismo organizzativo e di parrocchia, non pensiamo che si possa tacere su fatti del genere, sul fatto che si rifiuti a dei licenziati - per quanto iscritti ad un'altra sigla sindacale - di fare un breve intervento per sostenere la loro causa contro il padronato.


Noi dello Slai Cobas pensiamo che gli operai licenziati dal padronato vadano difesi a prescindere dalla tessere sindacali che hanno in tasca. Vanno difesi perché vittime di questo sistema economico fondato sul profitto. E occorre difenderli sul serio, non solo nei proclami di carattere generale, ma anche nei fatti concreti della politica sindacale.


Il rifiuto di farli parlare da parte di Cremaschi "puzza" di mediazione sia con i vertici della camera del lavoro milanese, sia di preoccupazione di non inimicarsi ancora di più i vertici della CGIL, entrambi corresponsabili della situazione di Arese con la sotooscrizione per anni e anni di CIG, riduzioni del personale, accordi di "rilancio" e accordi mai rispettati con le istituzioni locali per il reintegro dei cassaintegrati. 

Ma la difesa in termini di classe dei lavoratori deve confrontarsi con la porta stretta della contrapposizione alla politica concertativa e subordinata alla borghesia nazionale dei vertici confederali, anche scontrandosi nei momenti concreti e non solo a parole negli studi televisivi.


Che la Rete 28 Aprile abbia delle contraddizioni con la direzione CGIL è innegabile, ma è altrettanto innegabile che la Rete 28 Aprile abbia ancora più contraddizioni a schierarsi apertamente con i lavoratori in contrapposizione alle politiche concertative e in lotta, allorché hanno scelto di porsi fuori e contro le politiche e le strutture di un'organismo, come la CGIL, irrimediabilmente e irreversibilmente contrapposto alla difesa degli interessi operai e proletari in nome della difesa dell'economia nazionale (come se operai e padroni avessero interessi comuni).


Siamo abituati a quest'atteggiamento tentennante della Rete 28 Aprile, senza farne la storia, ci limitiamo a ricordarvi solo le vicende ultime della campagna contro lo scippo del TFR fatto dal governo Prodi. Esponenti locali della Rete hanno partecipato anche a numerose nostre assemblee in giro per l'Italia, dicendosi concordi sui contenuti di critica alla politica del governo e sul nostro invito ad una mobilitazione comune e aperta a tutti i lavoratori in appositi comitati contro lo scippo del TFR non diretta emanazione di questa o quella sigla sindacale. Con alcuni di essi, in particolare a Milano, siamo arrivati fino al punto della riunione organizzativa per indire assieme (a loro e altre sigle di base) assemblee cittadine a partire dai posti di lavoro. Poi, Improvvisamente, la Rete 28 aprile si è tirata indietro e non ha voluto saperne più nulla, se non limitatamente in "zona Cesarini" a giochi ormai pressoché fatti e senza alcuna dimensione nazionale dell'iniziativa.


Continuando su questa strada di passi verso un'unità di classe anticoncertativa e anticapitalista non se ne fanno di certo. Su questo probabilmente direte che siete d'accordo, ma a noi sembra ancora più grave e preoccupante che chi, come voi, sostiene di voler dare una svolta alla politica della Rete 28 Aprile, taccia poi su episodi come quello avvenuto alla Camera del Lavoro di Milano il 14 marzo. Episodio che ha coinvolto la presidenza e la sala dell'assemblea, che non può esservi "sfuggito". Non è che anche voi avete la "porta stretta" di non criticare ... troppo ... Cremaschi, per non perdere cariche e peso all'interno della Rete?


Detto questo ribadiamo che oggi è quanto mai necessario unificare i lavoratori, a partire dai posti d lavoro, senza preclusioni di tessere, senza settarismi di parrocchia, su obiettivi, rivendicazioni e piattaforme comuni e condivisi. Riteniamo sia necessario che questo percorso sia aperto al più presto, per contrastare sia la tendenza al sindacato unico che limiterà ancor più i magri diritti sindacali dei lavoratori, sia per contrapporsi efficacemente al peggiorare della fase recessiva della crisi che si sta manifestando.

Ma pensiamo anche che questo obiettivo non sia perseguibile accettando opportunisticamente di piegarsi alle logiche di apparato delle burocrazie dei sindacati concertativi, integrati nello stato e subordinati alla difesa dell'economia nazionale.


Alleghiamo il nostro comunicato sull'accaduto diffuso il 14/3/08


per l'Esecutivo Nazionale dello Slai Cobas

Francesco Rizzo